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Samantha De Martin
Leggi i suoi articoliCreature di confine, sospese tra visibile e invisibile, tra dimensione umana e trascendenza, gli angeli hanno da sempre rappresentato un tema iconografico caro all’arte. «Messaggeri», come vuole l’etimologia legata al loro nome, custodi che vegliano sul cammino degli uomini e al tempo stesso li orientano nelle sfide del loro tempo, alla maniera di viandanti gli angeli sono i protagonisti di una mostra in corso fino al primo novembre ai Musei Capitolini di Roma, nelle sale di Palazzo dei Conservatori. A un anno dalla scomparsa di papa Francesco, in continuità ideale con l’anno giubilare da poco concluso, la mostra «Angeli. Messaggeri, custodi e viandanti. Le sublimi creature dall'antico al contemporaneo», curata da Massimo Rossi Ruben e Viviana Vannucci, è promosso da Roma Capitale e organizzato dal Centro Europeo per il Turismo e la Cultura, mentre il catalogo è edito da Gangemi.
Topos imprescindibile dell’arte nelle loro varie forme di espressione, queste figure, nella duplice natura di ponte tra umano e divino, offrono al pubblico uno spunto di riflessione sul rapporto tra il visibile e l’invisibile. Il percorso affida a dipinti, sculture e materiali su pergamena provenienti da collezioni museali e raccolte private la progressiva trasformazione dell’immagine angelica, da dimensione più vicina all’uomo nel corso dell’età moderna fino alle riletture simboliche e metaforiche dell’arte tra Otto e Novecento. Nelle sale raccolte di Palazzo dei Conservatori, la mostra è una piccola chicca, sebbene accompagnata da un apparato didascalico non sempre facilmente leggibile per via del tipo di font e dell’illuminazione.
Procedendo dal Medioevo all’età contemporanea, con richiami alla tradizione paleocristiana, il percorso si articola in sezioni tematiche dedicate alle principali declinazioni iconografiche: dai putti alle Annunciazioni, dagli arcangeli guerrieri agli angeli custodi, fino alle figure viandanti e agli angeli musici. C’è il rilievo Assiro con genio alato del IX secolo a.C, dal Museo di scultura antica Giovanni Barracco, accanto a una pelike con figura di Nike che incorona un atleta armato del 430 a.C. e ancora l’«Angelo custode» commissionato a Pietro Tenerani dal magnate del rame Hanry Hussey Vivian dopo la scomparsa della giovane moglie. Nel gesto dell’angelo che, in segno di protezione, avvicina a sé un bambino nell’atto di cogliere una rosa senza accorgersi del serpente nascosto tra le foglie, è racchiusa la delicata allegoria della protezione celeste sugli uomini. All’origine dell’esecuzione dell’«Angelo custode» di Pietro da Cortona dalle Galleria Nazionale di Arte Antica di Palazzo Barberini ci sarebbe probabilmente il «male contagioso» che colpì Roma tra il 1656 e il 1657 e che tanto preoccupò Alessandro VII Chigi, al suo secondo anno di pontificato. Si susseguono nel percorso «L’Angelo annunziante» (1650) di Carlo Dolci dalla Galleria degli Uffizi e ancora il «San Matteo con l’Angelo» (1622) del Guercino, già presente nella raccolta dei Musei Capitolini.
La rassegna è anche l’occasione per ritrovare opere solitamente «invisibili», di proprietà di istituzioni private, collezioni gentilizie o fondazioni non accessibili al pubblico, eccezionalmente prestate all’iniziativa. Tra queste, l’«Angelo Custode» (1620 ca) di Giovanni Antonio Galli, detto Lo Spadarino, il cui abbraccio premuroso, reso attraverso un’estetica dell’essenziale, funge da scudo contro le insidie del mondo. L’opera, conservata presso la Chiesa di San Rufo, a Rieti, è stata concessa in via eccezionale dal Fondo Edifici di Culto (Fec) del Ministero dell’Interno. In ginocchio, le braccia aperte e i palmi rivolti verso l’alto, Gesù si indirizza al cielo poco prima di essere catturato. La tavoletta centinata, un’elaborazione moderna dell’«Orazione nell’orto» del Correggio, giunge invece in mostra dalla Collezione Intesa Sanpaolo. Si scivola, quindi, verso le opere degli artisti contemporanei, molte appartenenti a collezioni private. Tra queste «Blu oltremare» di Omar Galliani, dove lo sguardo assorto dell’angelo delinea una bellezza struggente, o l’enigmatico «Angelo ribelle su fondo blu cupo» di Osvaldo Licini.
Occorre la luce di una torcia per svelare l’«Angelo di Dio» di Veronica Piraccini. L’artista romana, autrice della «pittura impercettibile», una tecnica pittorica innovativa che vede per la prima volta l’applicazione dei pixel video nella pittura, inventa quasi quarant’anni fa una nuova dimensione dell’arte a cavallo tra visibile e invisibile, capace di apparire e scomparire a seconda delle condizioni di luce. Il suo angelo, realizzato nel 1994, smette di essere messaggero divino per farsi metafora delle forze invisibile che influenzano la vita dell’uomo. Se Marco Tamburro raffigura il suo «Angelo in gradazione» come una figura tormentata, in bilico tra il peccato della vita terrena e la possibilità di riscatto, Ugo Attardi è presente nel percorso con un San Michele Arcangelo nell’atto di sconfiggere il demonio. Questa figura in bronzo, ieratica, carica di energia, offre una nuova visione del mito e invita a riflettere sulle sfide dell’uomo moderno elevando l’Arcangelo a simbolo di protezione celeste, ma anche di riflessione sull’inevitabilità del cambiamento e del conflitto.