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Giulia Grimaldi
Leggi i suoi articoliJulia Kochetova, nata a Kiev nel 1993, documenta dal 2013 le trasformazioni violente dell’Ucraina: dalla rivoluzione di Maidan all’annessione della Crimea, fino alla guerra russo-ucraina ancora in corso. Il progetto «War is Personal» è presentato al Foam di Amsterdam dal 6 marzo al 25 maggio.
Formata in giornalismo all’Università Taras Shevchenko e alla Mohyla School of Journalism, Kochetova lavora come fotoreporter indipendente. Le sue immagini sono state pubblicate da «The Guardian», «Der Spiegel», «DIE ZEIT», «Bloomberg», «Vice News» e «Reuters». Nel 2023 ha ricevuto un Emmy Award; nel 2024 è stata tra i vincitori globali del World Press Photo.
«War is Personal» nasce da una pratica maturata sul campo. Kochetova rifiuta la rappresentazione della guerra come panorama astratto o accumulo di dati. Al centro delle sue immagini ci sono individui identificabili, con un nome e una biografia. La sua posizione si oppone all’estetica distanziata del conflitto osservato dall’alto: il punto di vista è interno, esposto, implicato.
La mostra assume la forma di un diario visivo costruito nel tempo. L’elemento autobiografico è esplicito: il 24 febbraio 2022, primo giorno dell’invasione su larga scala, un autoritratto pubblicato sui social ha raggiunto milioni di visualizzazioni, trasformando il suo profilo in uno spazio di testimonianza continuativa. In questo senso, la circolazione delle immagini non è un effetto collaterale ma parte del dispositivo narrativo. Un esempio è il ritratto di un’anziana incontrata a Bucha dopo l’occupazione: la diffusione della fotografia ha contribuito a rintracciarne i familiari. Il lavoro di Kochetova si fonda su un codice etico dichiarato: nessuna messa in scena, nessuna interferenza negli ultimi momenti del lutto, nessuna immagine che possa aumentare il dolore dei soggetti coinvolti. Lo scatto è immediato; la pubblicazione è sottoposta a valutazione. La sua critica al sistema mediatico internazionale riguarda la tendenza a privilegiare l’immagine spettacolare della distruzione. «War is Personal» insiste invece sulla dimensione individuale del conflitto, sottraendolo alla logica dell’evento e riportandolo alla scala del corpo.
La mostra si inserisce nel programma di ricerca avviato da Foam nel 2024 con «The Camera as a Weapon», dedicato al ruolo della fotografia nei contesti di crisi. Nel caso di Julia Kochetova, la macchina fotografica non produce distanza ma prossimità: registra, ma al tempo stesso espone chi guarda alla responsabilità di ciò che vede. L’abbiamo intervistata.
In che modo la guerra ha influenzato la sua pratica fotografica nel corso degli anni?
La guerra mi ha reso più coraggiosa, e lo stesso vale per la mia fotografia. Ho iniziato ad avvicinarmi alle persone, nella felicità, nel dolore, nella vulnerabilità. Sono diventata più aperta e più disposta a condividere; infatti, ora parlo con le persone più di quanto le fotografi. In guerra devi essere onesta e reciproca: è impossibile prendere soltanto, devi anche dare. Sono diventata molto più sincera, sensibile e vulnerabile con le persone che fotografo. Ho anche trovato una certa poesia nel caos, nella distruzione, nelle ceneri. Il dolore ha sicuramente reso il mio cuore più grande e ora capisco meglio il dolore degli altri, lo stesso vale per l’amore. Qualcosa si è sicuramente incrinato nella mia «lente», nel mio modo di vedere, ma continuo a cercare la luce e credo nel kinzugi (arte giapponese del XV secolo che ripara ceramiche rotte evidenziando le crepe con lacca urushi e polvere d'oro o argento, Ndr) come approccio.
La sua pratica fotografica ha a sua volta plasmato o alterato il suo rapporto con la guerra? È cambiato il modo in cui vive la vita quotidiana in questo contesto?
Nel momento dello scatto, la mia macchina fotografica crea sicuramente una distanza illusoria. Ma poi rimani comunque faccia a faccia con la guerra e le sue conseguenze, con i ricordi, con quelle immagini. La guerra influisce indubbiamente sul modo in cui ritraggo la morte e sulle fotografie che non scatterò mai. In generale, credo che i fotografi siano definiti più precisamente dalle fotografie che non hanno scattato che dalle immagini iconiche che rimarranno nei musei e sulle pagine dei libri di testo (se, nel mondo dopo la guerra, ci saranno ancora musei fisici e libri di testo fisici). Per me, un tabù è qualsiasi fotografia che moltiplicherebbe il dolore della persona davanti alla mia macchina fotografica. La fotografia è diventata per me un valore, un rituale, una sorta di talismano. Sì, i miei ritratti non salveranno nessuno dalla morte, ma almeno potrebbero salvarli dall’oblio. Il fatto e il documento renderanno impossibile riscrivere la storia. Continuo a crederci.
In questi anni è cambiata la sua fiducia nella fotografia come strumento per raccontare la guerra?
La fotografia non fermerà la guerra: non ci ho mai creduto e non sono mai stata spinta da questa idea. Altrimenti, il mondo sarebbe stato scosso dalle prime fotografie dei bombardamenti di Mariupol. Ma poi sono arrivati i civili torturati dai russi a Bucha e Irpin, e poi altre migliaia di fotografie. Inoltre, non credo che la fotografia, intesa esclusivamente come immagine fissa, sia un mezzo in grado di trasmettere appieno l’esperienza della guerra. La guerra è immersiva, ha suoni e odori. È facile chiudere gli occhi davanti a una fotografia o distogliere lo sguardo, ma non si può fare lo stesso con una storia multidisciplinare. In «War is Personal» cerco di creare un’esperienza multistrato, che avvicini la guerra e crei una memoria condivisa. I ricordi non possono essere dimenticati. Ed è impossibile prendere le distanze da una guerra che ha un nome e un volto.
Dopo anni di guerra, che cosa significa per lei «normale» adesso? Il suo linguaggio visivo è cambiato perché ciò che una volta sembrava straordinario è diventato ordinario?
Mi sorprendo spesso a pensare: «Dio, ho già visto tutto questo: queste rovine, il fuoco, i sopravvissuti spaventati, l’odore della cenere mescolato all’acqua, le camere da letto di sconosciuti bombardate». Questa terrificante spirale di guerra mi costringe a continuare a cercare: in che altro modo posso raccontare questa storia e come posso ridurre la distanza tra la mia guerra e lo spettatore? «Normale» è quando le persone che ami sono vive. Il mio senso di «normalità» è scomparso molto tempo fa. Ma non possiamo scegliere i tempi in cui viviamo: dobbiamo lottare, amare e vivere per tutti coloro che sono stati distrutti dalla Russia. Se stai lottando, significa che sei ancora vivo.
Julia Kochetova, Un soldato protegge una donna in un parcheggio sotterraneo vicino al luogo dell’attacco con droni a Kiev, 17 ottobre 2022. © Julia Kochetova