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Egon Schiele, «Giovane madre», 1914 (particolare)

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Egon Schiele, «Giovane madre», 1914 (particolare)

Al Wien Museum il miglior Schiele del lascito Peschka

A Vienna è esposto il meglio del lascito (dipinti, disegni, grafica, documenti, fotografie, scritti, souvenir, mobili, suppellettili, lettere) di Anton Peschka Junior, figlio del cognato dell’artista espressionista

Flavia Foradini

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Nel copioso patrimonio artistico del Wien Museum, la donazione testamentaria di Anton Peschka Junior nel 1997 ha consentito nuove e più approfondite ricerche sulla vita e la produzione di Egon Schiele. Il padre del donatore, Anton Peschka, anch’egli pittore, era stato un amico intimo di Egon e ne aveva sposato la sorella Gerti nel 1914. Da qui uno stretto rapporto famigliare e amicale fra i due, dai tempi degli studi all’Accademia e fino alla morte di Schiele nel 1918. Da quel lascito, comprendente dipinti, disegni, grafica, documenti, fotografie, scritti, libri, riviste, souvenir, mobili, suppellettili e migliaia di lettere, la nuova mostra «Schiele & Peschka», aperta dal 30 aprile al 27 settembre, offre il meglio, ottemperando così a una precisa volontà del donatore, che chiedeva di renderlo accessibile al pubblico. Curatrice della mostra è Ursula Storch, vicedirettrice del Wien Museum ed esperta di primo piano della Vienna modernista. L’abbiamo intervistata.

Quanto è importante il lascito Peschka?
I pezzi forti sono naturalmente gli originali di Schiele, circa un centinaio di opere, fra cui però molti disegni e studi giovanili. L’opera più importante è il dipinto «Giovane madre» del 1914, che era in comodato da noi già dal tempo della mostra «Sogno e realtà» del 1985, e che dopo la morte di Anton Junior nel 1997 era stato ereditato da un nipote e una nipote, poi indennizzati dal comune di Vienna con una somma ingente. Ora il dipinto, che era stato il regalo di nozze di Schiele alla sorella, appartiene dunque al Wien Museum, ma la ricerca di un accordo, anche per alcune altre questioni, ha richiesto dieci anni, durante i quali non sono state possibili iniziative museali. Oltre alla «Giovane madre» vi sono alcuni pregevoli gouache di Schiele, fra cui «La sprezzante», un’opera magnifica del 1910, che mostra Gerti. Di rilievo sono anche i mobili dell’atelier dell’artista. 

Nel vasto corpus del lascito avete trovato oggetti che consentono nuovi sguardi su Schiele o ne modificano la nostra comprensione?
È per esempio una novità la sua attività di collezionismo, ma c’è naturalmente anche tutta la questione delle falsificazioni operate da Peschka su opere di Schiele. Era un fatto già noto, tanto che Jane Kallir nel suo catalogo ragionato per alcune opere indica la possibilità di un intervento esterno. Tuttavia nel lascito abbiano trovato evidenza di quegli interventi, per esempio in una lettera in cui dopo la fine della Grande guerra, Anton scrive a Gerti: «Ho cominciato a colorare quattro disegni in bianco e nero di Egon, perché così si vendono meglio». Data la situazione economica disastrosa in Austria dopo il primo conflitto mondiale, non si può dire che vi fosse in lui un intento criminale, la loro vita era davvero precaria. Dopo la morte di Schiele era necessario vendere delle sue opere semplicemente per sopravvivere e la colorazione è naturalmente un di più per riuscire a vendere meglio i disegni in bianco e nero. Ma vi è anche il caso di un dipinto già venduto, per il quale Gerti voleva cercare di ottenere più danaro e aveva chiesto aiuto a Heinrich Benesch, collezionista e amico di lunga data di Schiele. Ma questi si era rifiutato di intervenire, spiegando di sapere con certezza che il ritratto era stato rimaneggiato da Anton. Dunque ora su questi fatti abbiamo definitive prove scritte.

Sono stati identificati i quattro disegni colorati da Peschka ed eventuali ulteriori dipinti su cui lui intervenne?
Per i disegni non è stato possibile, ci sono qualcosa come 2mila disegni di Schiele. Il ritratto di cui dicevo poc’anzi esiste, è di proprietà privata. Per contro abbiamo anche trovato nel lascito un paesaggio urbano di Schiele, «Mödling II», del 1918. È un dipinto incompiuto in una piccola sezione e si è sempre sostenuto che Anton l’avesse rielaborato: nel catalogo ragionato delle opere, Jane Kallir aveva annotato che fosse possibile un intervento altrui sull’opera. Tuttavia nella fase di preparazione della mostra la nostra restauratrice ha studiato attentamente il dipinto, ha eseguito diversi esami scientifici e ha appurato che Anton Peschka non intervenne affatto su quel dipinto: è uno Schiele totalmente originale, ma appunto non del tutto finito. Anche una perizia supplementare della restauratrice del Belvedere è giunta alle stesse conclusioni. E quindi abbiamo un nuovo Schiele, di proprietà del Wien Museum.

Flavia Foradini, 28 aprile 2026 | © Riproduzione riservata

Al Wien Museum il miglior Schiele del lascito Peschka | Flavia Foradini

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