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Giusi Diana
Leggi i suoi articoliEra il 2008 quando Alfredo Pirri (Cosenza, 1957) è stato chiamato a progettare per la sede della nuova Fondazione Brodbeck di Catania «In faccia al cielo», un intervento che avrebbe dovuto trasformare il tetto di uno dei padiglioni di questa ex fabbrica di liquirizia, acquistata dall’omonima famiglia di origini svizzere, in una piazza praticabile, con un «lastricato solare» e la luce naturale che, attraverso dei lucernari, avrebbe inondato la spazio sottostante. L’idea che la luce sia materiale architettonico è stata poi sviluppata, costituendo uno dei capisaldi del suo linguaggio artistico che espande il concetto di pittura alla scala ambientale e urbanistica. I bozzetti e i disegni preparatori di quel progetto mai realizzato sono esposti alla Fondazione Brodbeck fino al 30 settembre nella mostra «Fare Cose», curata da Cesare Biasini Selvaggi e Gianluca Collica. Si tratta di un’ampia retrospettiva articolata in due spazi, con diversi richiami a opere storiche, machette di progetti a scala architettonica e un’installazione site specific realizzata in tufo di Lentini. La mostra è articolata tra un primo padiglione, in cui l’allestimento è giocato sull’effetto teatrale conferito da una sapiente interpretazione degli spazi industriali, e un secondo più neutro e museale. Qui, tra gli altri, alcuni lavori dei primi anni Novanta in legno, gesso e pittura e un’opera del ciclo «Ombra su Ombra» del 1992, che testimoniano il momento in cui l’artista perviene in pittura a una tridimensionalità che proietta ombre reali ed espande il colore nello spazio. Dispositivi percettivi che giocano con la luce naturale, come il paesaggio tridimensionale «Alba/Tramonto» del 2002-03. Nell’altro spazio dalle arcate monumentali e dalle pareti délabrè, l’architettura entra in dialogo con le opere. Il fulcro visivo è l’installazione «Cure», un ambiente attraversabile costruito con blocchi di tufo di Lentini, che sovverte la percezione interno-esterno per la presenza dell’opera «All’imbrunire», un lampione che proietta la sua luce su uno spiazzo erboso. Abbiamo rivolto alcune domande all’artista in occasione dell’inaugurazione della mostra.
Qual è l’importanza della luce nel suo lavoro?
Per me innanzitutto la luce è un materiale pittorico, come si vede in «Progetto per un interno rosso», nel quale tutto ciò a cui assistiamo è la presenza di un elemento cromatico così luminoso; l’effetto è dato esclusivamente dal riflesso della pittura, non c’è nessuna luce colorata, non c’è nessun artificio elettrico, se non l’espansione di una dimensione cromatica. Mi piacerebbe realizzare un giorno una piazza coperta che misuri 1 km per 1 km. Al momento è soltanto questa machette in scala.
L’opera «Cure», come quelle dedicate a Gramsci, gioca sulla coppia interno-esterno. Perché ricorre questo dualismo?
Il problema è sempre lo stesso: come evadere? Come creare uno spazio chiuso, affinché poi si possa evadere da esso, senza dovere rinunciare alla chiusura della forma? Per me la forma è essenziale. Quando penso all’espansione della pittura, non la immagino come infinita e senza limiti; mi interessa che ci siano pareti su cui la luce va a urtare. In questo dialogo tra chiuso e aperto sta la nostra libertà.
«Fwd Rwd» è un archivio di 115 scatole conservative contenente le fotografie di altrettante sue mostre. Quale necessità l’ha mossa?
Mi interessava fare un’opera circolare, nel senso del tempo, che assommasse un percorso e che avesse una sua struttura spaziale, architettonica e artistica autosufficiente; il titolo allude alla possibilità di andare indietro o avanti velocemente, premendo un pulsante come nei vecchi mangianastri; in un certo senso è una sorta di cimitero, diciamocelo pure, oltre che di archivio. Non c’è la necessità di dover aprire per forza le scatole. Quel che mi interessava era mettere a riposo le mostre: naturalmente riposare serve anche a rivitalizzarsi. È un lavoro sul tempo, e gli spazi vuoti tra una scatola e l’altra rappresentano i momenti di pausa tra una mostra e l’altra. Sono i momenti di stasi, di silenzio, anch’essi necessari. Non mi interessa l’autoesaltazione dell’artista, ma dare l’idea di una vita come una pila atomica carica di energia e questo si vede nella machette con lo sviluppo definitivo che la forma dell’archivio assumerà.