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Una veduta della mostra di Diego Perrone a Palazzo Caracciolo d’Avellino di Napoli

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Una veduta della mostra di Diego Perrone a Palazzo Caracciolo d’Avellino di Napoli

Alla Fondazione Morra Greco Diego Perrone e Manfred Pernice

Gli spazi di Palazzo Caracciolo d’Avellino a Napoli accolgono le due mostre concepite in dialogo con la terza edizione di EDI Global Forum

Olga Scotto di Vettimo

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Fino al 4 luglio la Fondazione Morra Greco di Napoli ospita le personali di Diego Perrone e Manfred Pernice, entrambe curate da Giulia Pollicita e inserite nel programma della terza edizione di EDI Global Forum (18-20 marzo), progetto della fondazione napoletana che mette in rete i dipartimenti educativi di musei e istituzioni culturali internazionali e che quest’anno è dedicato all’educazione alla sensibilità e al pensiero critico nell’era digitale.

Al primo piano di Palazzo Caracciolo d’Avellino, Diego Perrone (Asti, 1970) presenta nuove produzioni per la sua prima mostra istituzionale a Napoli, «Il sole come un gatto». Nelle sale affrescate della Fondazione Morra Greco, il suo lavoro trova una collocazione particolarmente efficace, potenziando la qualità percettiva della sua poetica visionaria. Gli animali, soggetto ricorrente nel suo lavoro, a partire dall’autoritratto fotografico con una gallina in testa («Senza Titolo», 1996, già nella collezione della Fondazione Morra Greco), insieme al mondo rurale e popolare, trovano qui nuovamente una traduzione in scultura, video e fotografia. In «Senza Titolo» (1995-2026) l’artista recupera una serie di diapositive inedite degli esordi, mostrando come l’animale possa farsi metafora della condizione umana e dei suoi aspetti più perturbanti. Straniante è anche «Pendio piovoso Frusta la Lingua» (2026), organismo biomorfico in resina che, nelle intenzioni dell’artista, non rappresenta un paesaggio ma ne restituisce piuttosto un’impressione. Come colonna sonora dell’intera mostra si diffonde nello spazio l’effervescenza di un bicchiere attraversato dalle bollicine di una bibita frizzante («Senza titolo», 2026), accompagnando il visitatore fino all’opera che dà titolo all’esposizione, il video «Il sole come un gatto», in cui un gatto cade a rallenty dall’alto per poi dileguarsi: un raffinato studio sul movimento, sulla luce, sulla percezione e sull’immagine in movimento.

Anche quella di Manfred Pernice (Hildesheim, 1963) è la prima mostra realizzata dall’artista in uno spazio istituzionale italiano. Al secondo piano, Pernice, che da anni riflette sul linguaggio del display e sulle infrastrutture minori dello spazio urbano, museale e privato, presenta una selezione di opere provenienti dalla collezione della Fondazione Morra Greco. In «Restepfanne» (2002), termine traducibile come «padella degli avanzi», combina oggetto scultoreo e vetrina espositiva, disponendovi lattine, sculture in pietra o bronzo, immagini tratte da riviste e carte da parati tipiche dell’ex Ddr, fino a comporre un repertorio culturale dell’ex Repubblica Democratica Tedesca negli anni Novanta. «Untitled (bugnato)» (2004), presentato originariamente alla Galleria Fonti di Napoli, ruota attorno a due riferimenti architettonici: la Hausburgschule di Berlino e Palazzo Sanseverino, poi chiesa del Gesù Nuovo, accomunati dal bugnato a punta di diamante. Una scultura, un video girato all’interno della scuola tedesca e alcuni collage attivano così un dialogo tra spazio pubblico e privato, pedagogia e monumentalità.

Nella sala successiva è allestito «Dresdner Stollen» (1997), il cui titolo deriva da un dolce tradizionale natalizio della Sassonia, di cui la scultura evoca anche la forma; ma in tedesco la parola «Stollen» indica anche i cunicoli di estrazione mineraria, tra i principali luoghi del lavoro forzato durante il Terzo Reich. Il senso di antimonumentalità espresso da «Exscape 8» (2006) si prolunga in altri lavori, come la lampada-scultura «Antonia» (2004) e «Bianca» (2010), installazione che rievoca uno spaccato d’interno borghese, rivestito di moquette e carta da parati, entro cui trova posto un lampadario acceso di metà Novecento.

Al terzo piano si incontra infine un nuovo progetto site specific, concepito in dialogo con alcuni elementi dell’architettura militare di Castel Sant’Elmo. Intervenendo su opere esistenti («emotop», 2024-26), accanto ad altre prodotte per l’occasione, «emoZone» si configura come un’area di gioco e relax che allude agli spazi commerciali di bookshop e bar all’interno dei musei. Oltre questo campo, una serie di sculture ispirate ad architetture difensive si staglia nello spazio, condensando un paradosso del presente: mentre tali strutture evocano una condizione di minaccia, una free zone delimitata da panche è deputata al gioco. Pernice mette così in relazione piacere, uso dello spazio e dimensione collettiva.

Manfred Pernice, «Bianca», 2010

Olga Scotto di Vettimo, 20 marzo 2026 | © Riproduzione riservata

Alla Fondazione Morra Greco Diego Perrone e Manfred Pernice | Olga Scotto di Vettimo

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