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Roberta Bosco
Leggi i suoi articoliIl Mnac-Museu Nacional d’Art de Catalunya presenta una rassegna affascinante che mette in evidenza lo straordinario patrimonio romanico conservato nelle sue collezioni. «Sant Pere de Rodes e il Maestro di Cabestany: la costruzione di un mito» riunisce, dal 19 marzo al 29 giugno, un centinaio di opere, molte inedite, tra sculture, pitture, manoscritti illuminati, disegni e documenti di enorme valore storico e patrimoniale. Abbiamo intervistato in anteprima il curatore Manuel Castiñeiras, uno dei maggiori esperti di Romanico del mondo.
Qual è la genesi di questo progetto?
Nel 2022 apparvero alcuni frammenti della facciata distrutta del mitico monastero di Sant Pere de Rodes, a Port de la Selva, nella Costa Brava, quattro dei quali entrarono nella collezione del Mnac e ci spinsero a pensare come trasmettere al pubblico la storia del Maestro di Cabestany e della sua opera più importante. Non si tratta di una mostra di arte romanica convenzionale, ma di un progetto sulla memoria, sulla coscienza patrimoniale e sulla capacità mitopoietica del paesaggio.
Come nasce il mito della facciata perduta della Chiesa di Sant Pere de Rodes?
Magica e spettacolare, la facciata si alzava tra valli impervie lontano dalla folla e dai centri abitati. Straordinaria per le sue dimensioni, 10x6,5 metri, così come per l’uso di marmi antichi, di Carrara e proconnesio, probabilmente ottenuti dalle rovine romane di Empuries, e soprattutto per l’iconografia che creava un sottile disagio, forse per l’imitazione della bellezza antica. Alla fine del Settecento il monastero è abbandonato dai monaci, perché non è più un luogo sicuro, troppo isolato e troppo vicino alla frontiera con la Francia. La sua è la storia romantica per antonomasia: i contadini iniziano ad appropriarsi dei materiali per le loro costruzioni e poco a poco lo smantellano fino a lasciare solo il suo scheletro, come se si trattasse di un gigante mitico affacciato alla scogliera.
Chi era il Maestro di Cabestany?
Il Maestro di Cabestany (argano, in catalano) deve il suo nome all’architetto e storico Josep Gudiol, ma di lui si sa ben poco, salvo che fu uno scultore nomade con un modo eccezionale e unico d’intendere la scultura. Sappiamo che visse nella seconda metà del XII secolo in Toscana, dove lavorò al chiostro della Cattedrale di Prato, a Sant’Antimo e a Montalcino, nel Sud della Francia, in Navarra e in Catalogna, dove realizzò il suo capolavoro. Alcuni pensano che si formò in Linguadoca per l’uso del repertorio decorativo, altri collocano le sue radici in Toscana, nelle botteghe di scultura di Pisa, dove sviluppò il gusto per la narrativa e i sarcofaghi antichi. Le sue opere disperse in tutto questo territorio si riconoscono perché è uno scultore inclassificabile: è «il Picasso del XII secolo». Usa il marmo, cosa inusuale in Catalogna, adotta i principi della «recycled beauty», modificando frammenti antichi, ricerca la terza dimensione e imita i sarcofaghi paleocristiani, utilizza le stesse pieghe, lavora con il trapano, si avvale di diversi punti di vista, i volti non sono mai uguali e forse in questa imitazione c’è anche una certa volontà d’ingannare lo spettatore. Inoltre, seppure fu molto prolifico, il corpus di attribuzioni supera la verità ed era necessario fare ordine anche in questo senso.
Maestro di Cabestany, «Testa di San Pietro», Museo del Castello di Peralada
Perché il Monastero di Sant Pere de Rodes divenne così importante?
Sant Pere godeva della protezione diretta di Roma e della Santa Sede. Alla fine del X secolo, il Papa gli accorda il privilegio di concedere ai pellegrini le stesse indulgenze che si potevano ottenere a Roma e si credeva che conservasse tre reliquie del corpo di San Pietro. Non sappiamo se è vero o solo un’invenzione medievale, ma comunque diventa un ambito luogo di pellegrinaggio.
Come si articola la mostra?
La mostra si sviluppa come un flashback: non inizia dalla gloria, ma dalla distruzione e dall’abbandono del monastero. Il percorso si articola in tre parti. La prima affronta la distruzione e la dispersione della facciata nell’Ottocento e la nascita dell’attuale coscienza del patrimonio. La seconda racconta la storia del monastero e della creazione di uno straordinario portale marmoreo, del quale si presenta una proposta di ricostruzione. La terza inserisce il Maestro di Cabestany, l’artista più universale del Romanico catalano, nella storia dell’arte e lo mette in relazione ad altri scultori della sua epoca. Non esistendo disegni, ma solo tre brevi descrizioni, per ricostruire la facciata abbiamo fatto un lavoro di campo molto accurato, che ci ha permesso di ritrovare opere di cui non conoscevamo neanche l’esistenza. Siamo stati aiutati dalle fotografie delle rovine degli anni Venti e Trenta e da dettagli come la scritta Inri sopra il capo di Gesù, che dà un’idea delle dimensioni della croce. Abbiamo ritrovato varie iscrizioni della facciata e altri elementi soprattutto figurativi da antiquari e in case private. L’ingegnere Zoilo Perrino ha realizzato un grande disegno della facciata in cui abbiamo inserito i pezzi che possediamo e possiamo renderci conto di ciò che abbiamo perso.
Quali opere spiccano?
Abbiamo prestiti di Cluny e di altri luoghi della Francia, tra cui un capitello con Atlante, del British Museum e di due monasteri britannici, l’acquasantiera di Cremona con sirene e tritoni e sarcofaghi del Vaticano. Importante anche «L’apparizione di Cristo nel mare di Galilea» del Museo Marès, diverse teste di collezioni private, la «Bibbia di Rodes» che si conserva nella Bibliothèque nationale de France a Parigi e il «Libro dei censi della Santa Sede» che riunisce tutti i monasteri sotto la protezione diretta del Papa, compreso Sant Pere. Da Avignone giunge una copia pittorica de «La navicella», un mosaico creato da Giotto per l’atrio di San Pietro. La testa, usata come immagine della mostra, è un prestito del Castello di Peralada. Auspichiamo che la rassegna serva per creare nel museo uno spazio permanente e forse allora alcuni prestatori potrebbero lasciare opere in deposito. Questa è una grande storia composta da molte micronarrazioni. La nostra speranza è che risvegli la consapevolezza dell’importanza del patrimonio e la difficoltà che implica recuperarlo una volta perso.