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Pittore senese attivo intorno alla metà del XV secolo, «Lucrezia premedita il suicidio», Avignone, Musée du Petit Palais-Louvre en Avignon, inv. MI 438 (in deposito, proprietà Musée du Louvre)

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Pittore senese attivo intorno alla metà del XV secolo, «Lucrezia premedita il suicidio», Avignone, Musée du Petit Palais-Louvre en Avignon, inv. MI 438 (in deposito, proprietà Musée du Louvre)

Com’erano arredate le case senesi del Rinascimento?

Palazzo delle Papesse un’ottantina di arredi tra cassoni, spalliere, lettucci, testate di letto, manufatti tessili e suppellettili, documenta la produzione di arte domestica sviluppatasi a Siena tra il XV e il XVI secolo 

Elena Franzoia

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Cassoni nuziali riccamente decorati, antichi piatti di maiolica, squisiti ritratti femminili. C’è tutto questo, e molto altro, nella mostra «Abitare il Rinascimento. Arredi domestici a Siena dal XV secolo all’epoca della Maniera», allestita dal 22 maggio al primo novembre nel Palazzo delle Papesse di Siena  con cura di Laura Bonelli e Marilena Caciorgna e produzione di Fondazione Monte dei Paschi di Siena, Vernice Progetti e Opera Laboratori, che ha acquisito il palazzo trasformandolo nel 2024 in propria sede espositiva. Il catalogo è edito da Sillabe, mentre l’exhibit design è stato curato dal team progettuale di Opera guidato dall’architetto Gianni Cinali. Il palazzo è per Siena un edificio particolarmente significativo, in quanto a partire dal 1460 introdusse in una città poco propensa al linguaggio rinascimentale, di chiara matrice fiorentina e dunque politicamente non gradito, gli eleganti stilemi di Bernardo Rossellino, architetto di Pienza, e del senese Antonio Federighi. L’operazione fu voluta da Enea Silvio Piccolomini, eletto papa nel 1458 con il nome di Pio II, allo scopo di donare alla sorella Caterina («la Papessa», che diresse personalmente i lavori) una dimora degna del loro lignaggio. Le opere raccolte in mostra sono circa 80, di cui numerose restaurate per l’occasione come un cassone proveniente proprio dall’antico palazzo, e riguardano principalmente la camera da letto, all’epoca considerata la stanza più importante della casa. La provenienza è da collezioni pubbliche e private non solo senesi, tra cui quelle fiorentine del Museo Stibbert e del Bargello e quelle francesi del Musée du Petit Palais-Musée du Louvre en Avignon. Tra gli artisti spicca il giovane Domenico Beccafumi.

Francesco di Giorgio Martini e bottega, Cassone dipinto con Caccia di Diana. Firenze, Museo Stibbert

«La mostra nasce da una mia idea, in quanto sin dalla tesi di laurea mi occupo di arredi “parlanti”, che testimoniano cioè com’è stata tramandata la tradizione classica, le storie del mondo antico, soggetto prediletto dell’ornamentazione di questo tipo di oggetti che servivano soprattutto come exempla per la giovane sposa, esaltando essenzialmente fedeltà e castità. Un esempio per tutte Artemisia, la moglie di Mausolo, che ingerisce le ceneri del marito per diventare lei stessa una tomba vivente. L’araldica è ovviamente l’altro grande tema, afferma Caciorgna. Si tratta peraltro di arredi che, considerati di minore importanza rispetto alla opere d’arte vere e proprie, sono stati smembrati e appesi, anche nei musei, tanto da renderli irriconoscibili. Tra gli esempi più celebri, un inventario di fine Quattrocento riporta come la “Primavera” di Botticelli fosse collocata in una camera al piano terreno della “casa vecchia” dei Medici in via Larga, sopra un “lettuccio”, cioè una specie di divanetto dallo schienale dipinto. Le cinque tavolette provenienti da Avignone, del 1450 circa, ornavano invece probabilmente un cassone, ma sono poi state ritagliate e vendute come quadri. Narrano la storia di Didone non come la conosciamo dall’Eneide, suicida per amore, ma come moglie fedele alla memoria del marito morto, che non ha mai conosciuto Enea». Mostra e catalogo sono suddivisi in sezioni, che spiegano e contestualizzano i principali arredi: spalliere, lettucci, deschi da parto, dipinti. Se a Firenze l’artista-artigiano più abile e ricercato fu certo il fratello di Masaccio, Giovanni da San Giovanni detto lo Scheggia, cui dobbiamo ad esempio il celebre «Cassone Adimari» (più probabilmente la testata di un letto) della Galleria dell’Accademia o il magnifico desco da parto per la nascita di Lorenzo il Magnifico oggi al Metropolitan di New York, a Siena l’artista più rinomato fu il grande architetto militare Francesco di Giorgio Martini, la cui bottega fu particolarmente attiva nella produzione di arredi di lusso. «A un certo punto Francesco di Giorgio costituisce anche una sorta di società con un altro pittore, Neroccio di Bartolomeo de’ Landi, sottolinea Caciorgna. In mostra presentiamo le sue opere provenienti dallo Stibbert, un cassone dipinto con “Caccia di Diana” e “Scipione l’Africano e la Continenza”, testimonianze anche del gusto collezionistico che si sviluppò soprattutto in area anglosassone tra ’800 e ’900. Di questi aspetti si è occupata Laura Bonelli, studiosa del collezionismo. Nell’ambito della dispersione antiquariale, che alla fine dell’Ottocento vide in Siena uno dei suoi centri propulsori, spicca l’esempio del conte Galgano Chigi Saracini, che decise di salvare dalla vendita molti di questi oggetti, in parte esposti in mostra, allo scopo di preservare le memorie locali».

Bernardino Fungai, «Scipione Africano si dirige verso il Campidoglio», anni Novanta del Quattrocento, Coar-Collezione Oriana e Aldo Ricciarelli

Elena Franzoia, 20 maggio 2026 | © Riproduzione riservata

Com’erano arredate le case senesi del Rinascimento? | Elena Franzoia

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