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Dettaglio di Ningxia, fine XVIII secolo

Courtesy of Galleria Mirco Cattai

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Dettaglio di Ningxia, fine XVIII secolo

Courtesy of Galleria Mirco Cattai

Da Cattai il peso della terra, la leggerezza del filo

Sculture Tang e tappeti imperiali cinesi si incontrano in un percorso tra potere, simbolo e astrazione

Lavinia Trivulzio

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C’è una qualità rara nelle mostre che riescono a tenere insieme il peso della storia e la leggerezza dell’evidenza visiva. «Il Giallo e il Blu: Due secoli di arte tessile cinese», dal 27 gennaio al 25 marzo, presentata dalla Galleria Mirco Cattai, appartiene a questa categoria: un progetto espositivo che costruisce una grammatica dello sguardo, fondata su corrispondenze simboliche, materiali e cromatiche. Nella cornice borghese e rigorosa di Via Manzoni, la Cina imperiale non viene evocata come un altrove esotico bensì come una civiltà capace di parlare con sorprendente chiarezza al presente. Il percorso costruisce un dialogo calibrato tra due linguaggi apparentemente distanti: la terracotta plastica e vitale della dinastia Tang e l’astrazione colta, quasi metafisica, dei grandi tessili di Ningxia e Pechino tra XVIII e XIX secolo. Le sculture Tang, in particolare i celebri cavalli, sono presenze che impongono silenzio, sono corpi carichi di energia simbolica in quanto incarnazioni di potere, status e movimento, pensate per accompagnare l’élite nell’aldilà. La loro forza risiede in un realismo che non è mai descrittivo, bensì essenziale, capace di rendere la vitalità animale attraverso una sintesi formale di straordinaria modernità. È la Cina cosmopolita dell’epoca Tang, aperta alle rotte e alle contaminazioni, che riaffiora con tutta la sua sicurezza imperiale.

 

Ningxia, fine XIX secolo. Courtesy of Galleria Mirco Cattai

Ningxia, fine XIX secolo. Courtesy of Galleria Mirco Cattai

A questa corporeità risponde, in una tensione volutamente controllata, il mondo dei tappeti. I manufatti di Ningxia del Settecento introducono un registro completamente diverso: le superfici sembrano pensate per essere contemplate. I gialli imperiali e i blu profondi sono codici cromatici che rimandano all’ordine cosmico, alla gerarchia celeste, alla ritualità della corte e dei templi. Le geometrie, asciutte e meditate, sembrano cancellare il gesto individuale per affermare una visione del mondo regolata, armonica, necessaria. Con i tessili di Pechino dell’Ottocento, il racconto si arricchisce di nuovi livelli simbolici. Draghi, carpe, qilin emergono come apparizioni, «ombre cinesi» che riportano la figurazione entro un sistema altamente codificato. Qui il mito torna protagonista ma filtrato da una cultura che ha fatto della continuità la propria forza. Il merito della mostra sta proprio in questa costruzione per rimandi: i cavalli Tang sembrano trovare un’eco nei draghi tessuti; la solidità della terra dialoga con la pazienza del nodo; la tridimensionalità della scultura si riflette nella superficie bidimensionale che, a uno sguardo attento, rivela una profondità concettuale altrettanto complessa.

 

Ningxia, fine XVIII secolo. Courtesy of Galleria Mirco Cattai

Pechino e Boddha Ming. Courtesy of Galleria Mirco Cattai

Lavinia Trivulzio, 22 gennaio 2026 | © Riproduzione riservata

Da Cattai il peso della terra, la leggerezza del filo | Lavinia Trivulzio

Da Cattai il peso della terra, la leggerezza del filo | Lavinia Trivulzio