Image

Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine

Giulio Aristide Sartorio, «La Sirena (Abisso verde)», 1893, Torino, Gam-Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea, su concessione Fondazione Torino Musei

Image

Giulio Aristide Sartorio, «La Sirena (Abisso verde)», 1893, Torino, Gam-Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea, su concessione Fondazione Torino Musei

Dal Naturalismo alle intonazioni del Simbolismo in Italia

Alla Fondazione Magnani Rocca oltre 140 opere analizzano le condizioni che favorirono il passaggio da un movimento all’altro attraverso un graduale mutamento dei principi della rappresentazione

«La difficoltà di una perimetrazione generale del Simbolismo italiano attraverso una mostra dedicata al tema dipende in larga misura dalla coesistenza di approcci polisemantici talora inconciliabili, che ha reso problematica l’individuazione di un canone unitario e di un lessico condiviso. La produzione simbolista in Italia si è infatti configurata come un campo attraversato da orientamenti differenti, nei quali hanno convissuto suggestioni idealistiche, ideistiche, neopreraffaellite, classiciste, spiritualiste e decadentiste che hanno mosso parallelamente alla pittura di sentimento e, in rarissimi casi, a una pittura d’ispirazione letteraria». 

Con queste parole i curatori Francesco Parisi e Stefano Roffi introducono «Il Simbolismo in Italia. Origini e sviluppi di una nuova estetica 1883-1915», allestita alla Fondazione Magnani Rocca dal 14 marzo al 28 giugno, ampia e approfondita disamina composta da oltre 140 opere tra dipinti, sculture e incisioni, prestate da collezioni private e musei come il Vittoriale di Gardone Riviera (Bs), la Gnamc di Roma, il Mart di Trento e Rovereto, le Civiche raccolte grafiche e fotografiche del Castello sforzesco e il Museo del Novecento di Milano. Attraverso numerosi autori, tra i quali Giovanni Segantini, Giuseppe Pellizza da Volpedo, Arnold Böcklin, Edward Burne-Jones, Franz von Stuck, Max Klinger, Giulio Aristide Sartorio, Galileo Chini, Adolfo Wildt, Francesco Paolo Michetti, Alberto Martini, Libero Andreotti e Mariano Fortuny, la mostra distingue gli artisti che elaborarono consapevolmente un lessico simbolista da quelli che invece usarono quel linguaggio in modo più episodico: ne emerge una ricostruzione filologica del Simbolismo italiano, non certo esente neppure da influenze esercitate dalle contemporanee ricerche europee. 

A questo proposito alla Magnani Rocca vengono anche indagati alcuni scambi Italia-estero esemplificati dalla permanenza di Arnold Böcklin (1827-1901) a Firenze, dagli approfondimenti del milieu preraffaellita riscontrabile a Roma e Firenze al tempo, ai soggiorni di Max Klinger (1857-1920) e dalla colonia dei Deutsch-Römer, gli artisti «tedesco-romani» che si trasferirono a Roma. Secondo i curatori dentro tale ampia pluralità artistica «è possibile riconoscere alcune consonanze, una sorta di armonia di “intonazioni” che collegano il Simbolismo italiano al più vasto movimento internazionale e che si manifestano attraverso una rete di corrispondenze tematiche e iconografiche: il ricorso al mito e all’allegoria, la centralità della figura femminile come polo ambivalente di perdizione e redenzione, l’uso del paesaggio come proiezione simbolica di condizioni spirituali». Roffi e Parisi firmano così una rassegna «didattica»: «Questa mostra, concludono, assume come criterio ordinatore la centralità degli artisti per i quali il linguaggio simbolista si configurava come scelta strutturale e persistente, privilegiando quei percorsi nei quali il simbolo operava come principio costitutivo dell’opera. Tale impostazione permette di analizzare più facilmente le condizioni che favorirono il passaggio dal Naturalismo al Simbolismo, evidenziando come la trasformazione avvenne attraverso un graduale mutamento dei principi della rappresentazione». 

Tutto ciò è evidenziato attraverso sette sezioni che iniziano con l’analisi delle «soglie» del Simbolismo con le figure di D’Annunzio, Angelo Conti, Vittore Grubicy e le prime esperienze pittoriche di Marius Pictor, Giuseppe Cellini, del gruppo di In Arte Libertas e con gli esordi di Giulio Aristide Sartorio. La seconda sezione spiega l’interesse per il Mito con lavori di Francesco Netti, Cesare Maccari, Domenico Morelli, Giulio Bargellini e Luigi Conconi, mentre la terza analizza l’universo panico e visionario che legò l’Italia alla cultura mitteleuropea attraverso Böcklin, Klinger e von Stuck a confronto con Sartorio, Plinio Nomellini, Edoardo Dalbono. Il quarto spazio, con Galileo Chini, Alberto Martini e Cesare Ferro, illustra la visione femminile come santa, peccatrice, angelo e demone; il quinto approfondisce il tema del paesaggio con Segantini, Longoni, Benvenuti e il sesto analizza l’illustrazione simbolista italiana con opere di Alberto Martini, Costetti, Sartorio, Cambellotti. L’ultima parte si occupa della «persistenza del Simbolismo» oltre la data limite del 1910 con Ferenzona, Ferrazzi, Gabrielli e Crema

Ettore Tito, «Il ratto», 1913, collezione privata

Stefano Luppi, 12 marzo 2026 | © Riproduzione riservata

Dal Naturalismo alle intonazioni del Simbolismo in Italia | Stefano Luppi

Dal Naturalismo alle intonazioni del Simbolismo in Italia | Stefano Luppi