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Margherita Panaciciu
Leggi i suoi articoliNel contesto di ART CITY Bologna 2026, dal 5 all’8 febbraio, la mostra «De la tierra, lo frágil» di Augusto Gadea, presentata da Maurizio Nobile Fine Art, si configura come un progetto di rara profondità concettuale. Non si tratta infatti semplicemente di una personale ma di un attraversamento sensibile di una condizione che accomuna ogni esperienza umana: la fragilità, intesa non come limite da superare, ma come spazio originario dell’essere. Al centro della ricerca di Gadea vi è la terra, materia primordiale e insieme quotidiana, raccolta dall’artista nei luoghi attraversati e trasformata in pigmento pittorico. La terra qua è sostanza reale, corpo dell’opera: è ciò che resta, ciò che sedimenta, ciò che conserva la memoria del tempo e degli eventi. La pittura nasce dunque da un gesto «archeologico» e intimo: scavare, raccogliere, osservare, restituire. Questa pratica, affinata negli anni anche grazie alla collaborazione con il Consiglio Nazionale delle Ricerche di Bologna, consente a Gadea di elaborare un linguaggio pittorico che dialoga con la tradizione senza mai scivolare nella citazione. I suoi lavori sembrano appartenere a un tempo sospeso, in cui l’eco della pittura antica, dalla ritrattistica rinascimentale alla gravità materica della pittura informale, si fonde con una sensibilità pienamente contemporanea, attenta alla precarietà del presente. Nel percorso espositivo il ritratto dal vero diventa il luogo privilegiato di questa indagine. I volti scelti da Gadea non sono ritratti celebrativi né psicologici in senso canonico ma presenze. Giovani soggetti colti in una condizione di esposizione emotiva, in cui lo sguardo sembra interrogare. Il progetto nasce da un episodio rivelatore: l’incontro con lo sguardo autenticamente commosso di una giovane visitatrice durante una precedente esposizione in galleria. In quel momento, l’artista e il gallerista riconoscono una qualità rara, la verità di un’emozione non mediata, e da lì prende forma l’intero percorso.
Augusto Gadea, «Hacia la pintura del fondo», 2025
Augusto Gadea, «Il sentiero», 2025
I ritratti che ne derivano sono costruiti per sottrazione. I contorni si sfaldano, la fisionomia emerge e subito sembra ritirarsi. La terra si addensa, si crepa, si dissolve sulla superficie, come se il volto fosse in continuo divenire. È una pittura che rifiuta la stabilità dell’immagine per aderire alla precarietà della condizione umana quella di Gadea. La fragilità non è rappresentata ma inscritta materialmente nell’opera, nella sua stessa possibilità di esistere. In questo senso ogni pennellata è anche una riflessione sul tempo. La terra, elemento che tutto accoglie e tutto consuma, diventa il tramite per parlare della durata, della memoria, della perdita. Ogni ritratto appare come un’apparizione temporanea, destinata a mutare, a tornare polvere. E proprio in questa consapevolezza risiede la sua forza silenziosa. L'artista, vincitore del prestigioso Premio Nazionale di Pittura al Salone delle Arti Visive in Uruguay nel 2014, a soli venticinque anni, ha esposto in numerose istituzioni in Italia e all’estero.