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Anna Aglietta
Leggi i suoi articoliDal 19 maggio al 16 agosto, Ghmp Dům fotografie, la «casa della fotografia» di Praga, presenta la mostra «The Second Fire» degli artisti multidisciplinari Gabriela Bulišová e Mark Isaac. Organizzata su due piani, la mostra espone fotografie, estratti audio, video e testo per raccontare l’impatto degli interventi umani sul lago Baikal in Siberia. Il progetto è frutto di un percorso di ricerca e creazione di quasi dieci anni, nato grazie al sostegno del prestigioso programma americano Fulbright, che permette a studiosi e ricercatori americani di dedicarsi a iniziative internazionali. Già interessati al tema dell’accesso all’acqua, la ceco-americana Bulišová (nata nel 1977) e l’americano Isaac (classe 1964) hanno avuto l’opportunità di trascorrere un anno a Baikal a cavallo tra il 2018 e il 2019. Una seconda visita, sempre finanziata dal bando, è stata annullata a causa del deteriorarsi delle relazioni tra Stati Uniti e Russia.
«Ho sentito parlare del lago Baikal per la prima volta da mio nonno: l’ha visitato quando avevo quattro o cinque anni e, al ritorno, me lo faceva spesso vedere sul mappamondo, raccontandomi della bellezza incredibile di questo lago ghiacciato in Siberia, spiega Bulišová. Ma quando, da adulta, ho iniziato a fare ricerche, ho realizzato che in pochi lo conoscono e ne capiscono l’importanza». Non solo il lago Baikal è il più antico del mondo (con un’età stimata tra i 25 e i 35 milioni di anni), ma ha anche l’onore, e l’onere, di contenere il 20% dell’acqua dolce del nostro pianeta, grazie a una profondità di oltre 1.600 metri. Nel corso dei millenni ha sviluppato un ecosistema unico, con numerose specie endemiche alla zona, che gli sono valsi l’inserimento nella lista del Patrimonio Mondiale dell’Unesco. Negli ultimi anni, e soprattutto dal 2024, Putin ha però approvato numerose leggi che permettono lo sfruttamento e l’urbanizzazione delle aree circostanti al lago, favorendo l’industria del turismo a discapito della protezione ambientale. Contemporaneamente, il lago, situato in una delle regioni in cui le temperature aumentano il più rapidamente, è anche vittima del riscaldamento globale.
«Con “The Second Fire” vogliamo sensibilizzare il mondo su ciò che sta succedendo in Siberia, afferma Isaac, non necessariamente in Russia, dove le organizzazioni che prendono posizione vengono etichettate come “agenti stranieri” e sono costrette a chiudere, ma anche all’estero. Parte dell’obiettivo è che le persone possano universalizzare il tema, rendendosi conto che il mondo è ormai interconnesso: se perdiamo Baikal, tutti ne subiranno le conseguenze. E allo stesso tempo, in questo momento di crisi idrica mondiale, ognuno di noi può impegnarsi a livello locale e creare un effetto domino». Raccontare un luogo come Baikal non è facile: partiti con l’idea di realizzato un documentario tramite la fotografia e il video, una volta sul posto Bulišová e Isaac sono stati colpiti dalla vastità e dalla risonanza spirituale del lago e hanno capito di dover trovare un nuovo approccio per trasmetterne la potenza, la serenità e la bellezza eterea: «È stata un’epifania: abbiamo provato un senso di ammirazione, ma anche di soggezione, ricorda Bulišová. Ci siamo fatti guidare dal lago stesso, in maniera organica, e dalle persone che abbiamo incontrato». Il risultato è un progetto semi-astratto, un’esperienza poetica che ispira il pubblico non con spiegazioni didascaliche (che saranno comunque presenti per chi vuole conoscere i dettagli), ma tramite un percorso immersivo e multisensoriale.
Ad aprire il percorso espositivo c’è la fotografia, con immagini luminose, chiare, che richiamano il ghiaccio e la neve dei mesi invernali, evocando un senso di idillio e quiete. La seconda parte della mostra è invece buia, cupa, per portare l’attenzione sul lato oscuro del paesaggio. Due installazioni video si concentrano sia sul lago dal punto di vista storico e contemporaneo, mostrando ciò che era e ciò che sta diventando («Dawn Day Dusk»), sia sui rischi che corriamo con la distruzione degli habitat di Baikal («Embers and Effluents»). Ad accompagnare le immagini, c’è la musica, che è essa stessa una ricerca artistica e scientifica: ci sono le melodie di «Voices of the Amphipods», composizioni elettroniche in cui le note rappresentano le reazioni degli anfipodi (piccoli crostacei nativi del lago) ai cambi di temperatura e profondità; ci sono registrazioni del rumore del ghiaccio e dei versi degli uccelli; e composizioni ispirate da rapporti sul monitoraggio delle temperature. Fondamentali, per il progetto, sono state le relazioni con le comunità locali, da quella scientifica, di cui sono prova i numerosi saggi che accompagnano l’esibizione, a quella indigena, Buryat, che da sempre vive e cura il lago. Il titolo stesso del progetto, «The Second Fire» (Il secondo fuoco), è un omaggio alla leggenda Buryat che narra come il lago nacque in seguito a un enorme terremoto e incendio; milioni di anni dopo il lago vive ora un secondo incendio, questa volta causato dall’uomo.
Gabriela Bulišová e Mark Isaac, «The Second Fire (Lago Baikal), Siberia»