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Giancarlo Giammetti alla mostra di Joana Vasconcelos

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Giancarlo Giammetti alla mostra di Joana Vasconcelos

Giammetti, aedo della Fondazione Valentino e collezionista

Per capire il suo gusto raffinatissimo nell’acquistare capolavori di arte contemporanea occorre andare in via Nazionale, nel Palazzo delle Esposizioni, dove è allestita la Quadriennale di Roma 2025

Gianfranco Ferroni

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Giancarlo Giammetti, protagonista e aedo della Fondazione Valentino Garavani, ha presentato in anteprima alla stampa la mostra dedicata all’arte di Joana Vasconcelos. Dichiarando subito che PM23, il nome dello spazio situato nella romana piazza Mignanelli, a due passi da quella piazza di Spagna che lui ama guardare da via Condotti, «ha una missione, la bellezza». E questa volontà viene sottolineata guardandosi intorno, in più giornate, prima tra amici, poi in mezzo alle fedeli lavoratrici, quelle sarte che per decenni hanno realizzato il sogno di dar vita a una maison di alta moda diversa da tutte le altre, fino alle celebrities chiamate a partecipare a un party a Palazzo Torlonia.

Giammetti conosce come pochi altri l’arte contemporanea, e non solo. Per capire il suo gusto raffinatissimo anche nell’acquistare i capolavori occorre andare rapidamente, prima della chiusura annunciata per il prossimo 18 gennaio, in via Nazionale, nel Palazzo delle Esposizioni, dove è allestita «Fantastica», ovvero la Quadriennale di Roma 2025. E qui si impone un’attenta lettura delle opere presenti nella sezione storica, nel piano superiore, intitolata «I giovani e i maestri: la Quadriennale del 1935», curata da Walter Guadagnini in collaborazione con l’Archivio Biblioteca della Quadriennale. Ecco, bisogna raggiungere un quadro di Giuseppe Capogrossi, «La piena del Tevere», con l’artista che non era ancora stato attratto dal vortice di «pettini e pettinesse» (per alcuni erano invece «forchette ed artigli») che lo consegneranno alla notorietà internazionale: qui viene offerta una visione tipicamente romana, un prezioso documento che evidenzia il valore di chi era stato appena lanciato nel mondo dell’arte grazie alla partecipazione, trentenne, alla Biennale di Venezia. Andate a guardare di chi è questo quadro: il cartellino annuncia «collezione Giancarlo Giammetti». Per comprarlo ci voleva un occhio attento, una mente evoluta, un gusto da rabdomante, una capacità di separare il grano dal loglio, e anche la voglia di segnare per sempre un’intimità con la città eterna, con quella forza apparentemente tranquilla di un fiume che è stato nel tempo imbrigliato, chiuso negli argini possenti come era stato deciso dagli «invasori», i piemontesi, negli assetti progettati da Raffaele Canevari e Angelo Vescovali, con opere di ingegneria che hanno avuto il merito di risparmiare il centro della capitale dalle inondazioni. Ma Capogrossi evoca, con la piena, quella furia, selvaggia, dell’acqua, che chiamava a raccolta i canottieri, i giovani che dovevano sfidare le correnti del fiume per salvare vite umane e che, oltre all’ammirazione del popolo per le loro altruistiche imprese, conquistavano anche importanti titoli sportivi. E questo è solamente uno dei tanti capolavori acquistati da Giammetti nel corso dei decenni: ma è indispensabile rilevare che proprio Roma, nel 1960, in quell’anno che viene ricordato per le Olimpiadi, ha permesso di dare il via alla magica simbiosi con Valentino Garavani, formando un laboratorio con la missione di esaltare la bellezza, permettendo «alla creatività, condivisa e partecipata, di stimolare nuove visioni e lasciare un segno duraturo nelle generazioni future», come affermano, insieme. 

Gianfranco Ferroni, 14 gennaio 2026 | © Riproduzione riservata

Giammetti, aedo della Fondazione Valentino e collezionista | Gianfranco Ferroni

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