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Elena Caslini
Leggi i suoi articoliUltima nazione europea a convertirsi al Cristianesimo, la Lituania conserva un legame profondo con la natura e i suoi elementi. Qui l’Animismo non è un retaggio, ma una sensibilità ancora viva, radicata nell’antica religione pagana che sopravvive nelle tradizioni, nel folclore e nei movimenti neopagani contemporanei. Questa sensibilità emerge con particolare evidenza nella ricerca di Eglė Budvytytė (Kaunas, 1981), artista lituana già inclusa nella Biennale di Venezia curata da Cecilia Alemani nel 2022 e oggi scelta per rappresentare il Paese alla 61ma Esposizione Internazionale d’Arte-La Biennale di Venezia 2026. Il suo progetto, «Animism Sings Anarchy», sarà una film installazione multicanale che intreccia performance, video, poesia e canto. Parte del Programma Cultura Lituana in Italia 2026, è commissionato dal Lithuanian National Museum of Art, diretto da Lolita Jablonskienė. «Il lavoro di Eglė è tra i più ambiziosi che abbiamo mai sostenuto, dichiara Jablonskienė. Attinge a idee e teorie che attraversano tempo e geografie».
La storia della partecipazione lituana alla Biennale di Venezia inizia nel 1999, con il primo padiglione nazionale curato dalla stessa Jablonskienė, in un momento in cui il Paese aveva da poco riconquistato l’indipendenza e si preparava a entrare nell’Unione Europea. Da allora, la Lituania ha partecipato a tutte le edizioni della Biennale Arte, ottenendo quattro menzioni speciali e, nel 2019, il Leone d’Oro con «Sun and Sea (Marina)» di Rugilė Barzdžiukaitė, Vaiva Grainytė e Lina Lapelytė. «Eglė Budvytytė appartiene a una nuova generazione di artisti formatisi quando la Lituania era già parte dell’Europa, prosegue Jablonskienė. La sua carriera internazionale, divisa tra Vilnius e Amsterdam, la distingue nel panorama nazionale: il suo immaginario è transnazionale, ma resta profondamente radicato nella storia e nella cultura locali».
«Animism Sings Anarchy» si articola in due video ospitati nella Fucina del Futuro (Castello 5063/B), a pochi passi da Ocean’s Space, antico laboratorio e fucina. «È un tentativo performativo e poetico di tradurre la ricerca archeologica in canzoni, movimenti e stati alterati», racconta Budvytytė. Il progetto prende le mosse dalla figura di Marija Gimbutas, celebre antropologa e archeologa che studiò le società neolitiche matrilineari e animiste, fonte d’ispirazione per artisti, studiosi e ambientalisti legati alla seconda ondata del femminismo in Lituania. «La mia opera attinge alle ricerche e alle teorie sulle società neolitiche matrilineari e animiste formulate da Gimbutas alla fine degli anni Settanta». Le riprese si sono svolte in Puglia, nei pressi della Grotta Scaloria, sito archeologico un tempo sede di un antico culto dell’acqua neolitico e teatro degli scavi di Gimbutas, e al Museo delle Civiltà di Roma. «Anche se non abbiamo potuto accedere alla Grotta, speravo che trascorrere del tempo in questi luoghi che conservano tracce di culture animiste (e forse anche femministe) potesse permetterci di apprendere e ricordare qualcosa capace di aiutarci a sopravvivere al presente», confida Budvytytė.
L’installazione si sviluppa in due stanze, trasformate in black cube da un allestimento di Marija Olšauskaitė, e ospita tre schermi: due con il materiale girato in Puglia e uno con quello del museo. Le scene, modellate dagli interni museali e dalla costa pugliese punteggiata di grotte e sepolture acquatiche, si dispiegano come movimenti rituali: preghiere animiste guidate dalla voce dell’artista, in dialogo con la conformazione naturale del territorio e i resti del passato. Piccole divinità antropomorfe, riprodotte in 3D o come fotocopie, diventano luoghi devozionali per coreografie tremanti, che evocando stati di trance, estasi e abbandono. Alla domanda su quale sia il fulcro del suo lavoro oggi, Budvytytė risponde: «Da tempo mi occupo della preghiera improvvisata al di fuori dei dogmi religiosi, e torno continuamento su questo tema: con il mio team di performer ho esplorato territori di devozione e venerazione legati all’animismo, all’erotismo, ai paesaggi e al corpo. E alla voce. Spero che, guardando il film, conclude l’artista, nei visitatori emerga qualcosa, forse lacrime o un tremito. Vorrei che la vibrazione del film attraversasse i loro corpi, così com’è accaduto a noi durante le prove».
Uno still dal video «animism sings anarchy», 2026, di Eglė Budvytytė. © Eglė Budvytytė, 2026