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Stefano Luppi
Leggi i suoi articoliL’editore parmigiano Franco Maria Ricci (1937-2020) nel 1970 pubblicò nella collana «I segni dell’uomo» una dei primi studi approfonditi in lingua italiana sul pittore, scultore, costumista e scenografo teatrale russo naturalizzato francese Roman Petrovič Tyrtov, Romain de Tirtoff detto Erté (San Pietroburgo, 1892-Parigi, 1990), un campione dell’Art Déco descritto nel libro arricchito da un testo del grande linguista Roland Barthes (1915-80) e da una selezione di ricordi dell’artista oltre alle immagini della ventina di opere che Ricci acquisì per la propria raccolta.
Da qui la «scintilla» iniziale per la mostra «Erté. Lo stile è tutto», allestita al Labirinto della Masone dal 28 marzo al 28 giugno (organizzata da Elisa Rizzardi). «La Fondazione Franco Maria Ricci, a cent’anni circa dall’Exposition des arts décoratifs et industriels modernes che nel 1925 a Parigi diede il proprio nome al Déco, dedica una mostra, con oltre 150 opere tra gouache, disegni, litografie, fotografie d’epoca, documenti e materiali cinematografici, a Romaine de Tirtoff, Erté, una prolifica personalità creativa, alfiere di un gusto raffinato ed eccentrico, ma sempre coerente, ci anticipa il curatore Valerio Terraroli. Un interprete originale delle formule del Déco internazionale in cui passato e contemporaneità si fondono nella sua inconfondibile cifra stilistica».
Dal percorso, concluso dagli abiti in carta a lui ispirati realizzati da Caterina Crepax, che ne analizza l’intera produzione dando particolare rilievo ai lavori del trentennio più creativo, quello degli anni Dieci-Trenta del ’900, emerge una figura poliedrica come poche, capace di esordire nel 1913 presso il celebre couturier Paul Poiret (1879-1944) prima di lavorare lungamente per la celebre rivista di moda «Harper’s Bazaar», della quale realizza 200 copertine fino al 1937, tavole che gli aprirono la strada anche per collaborazioni con «Cosmopolitan» e «Vogue», ma soprattutto per realizzare costumi e scenografie degli spettacoli del teatro parigino Folies Bergère, divenuto celebre durante la Belle Époque e nel quale trovarono ispirazione anche Guy de Maupassant, Émile Zola, Édouard Manet per il dipinto «Un bar aux Folies Bergère» del 1881-82.
«La parola d’ordine per Erté, prosegue il curatore, è glamour, inteso nell’accezione di fascino combinato a un atteggiamento snobistico e in cui dominano assoluta eleganza, lusso e privilegio, che definisce un mondo lontano dalla vita comune, ma assolutamente desiderabile, con cui il pubblico entra virtualmente in contatto attraverso le pellicole cinematografiche, le riviste di moda, gli spettacoli teatrali e il Music Hall, e che cerca di imitare». Al centro di tutto il suo lavoro inoltre c’è la figura femminile, al Folies Bergère restarono negli annali le conturbanti esibizioni di Joséphine Baker in gonnellino di banane e accompagnata dal ghepardo Chiquita: «L’immagine femminile che Erté racconta per tutta la sua carriera, dice Terraroli, è sostanzialmente l’essenza di un certo Déco. Il figurino di moda, il costume per una festa o per il teatro sono un segno, un codice, una cifra che rimanda ogni volta a una femminilità convenzionale che riassume in sé, e senza contraddizioni, algida castità e disincantato erotismo, purismo lirico e conturbanti ridondanze ornamentali. Le donne immaginate e disegnate da Erté, che siano mannequin o danzatrici esotiche, soubrette del Music Hall o attrici, dame dell’alta società o costumi per celebratissime feste in maschera, allegorie o numeri o lettere dell’alfabeto, sono incorporee, pure silhouette, figure disincarnate, supporto per sogni che si materializzano in stoffe preziose variamente drappeggiate, sontuose acconciature, infinite varianti di gioielli che decorano i corpi come idoli antichi, arabeschi grafici, ma che restituiscono anche il ritmo di una vita contemporanea scattante, eccentrica, gioiosa, eternamente incantevole».
Erté, «Salomé», 1926