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Melissa McGill, «Marea».

Credits Marta Mancuso.

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Melissa McGill, «Marea».

Credits Marta Mancuso.

Il respiro fragile e ostinato della comunità di Venezia continua a restare a galla (e sventola)

Un’installazione partecipata di Melissa McGill trasforma Corte Nova a Venezia in un’opera viva che, attraverso lenzuola e memoria collettiva, riflette su identità, fragilità urbana e resistenza della comunità veneziana

Lavinia Trivulzio

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L’ultima immagine che resta negli occhi è quella delle lenzuola mosse dal vento, sospese sopra Corte Nova come onde leggere. Si sfiorano, si piegano, si rincorrono tra le facciate consumate dal tempo, trasformando uno degli angoli più fotografati di Venezia in un organismo vivo. Non è solo un’installazione artistica: è una città che parla di sé, delle proprie fragilità e della propria ostinazione a resistere.

Da questa visione prende forma «Marea», il nuovo intervento di arte partecipata dell’artista americana Melissa McGill, che era in programma dal 30 aprile al 10 maggio 2026 a Corte Nova, nel sestiere di Castello, tra i Giardini della Biennale e l’Arsenale. Un progetto che ha scelto di partire dalla vita quotidiana veneziana – dai fili del bucato, dai cortili abitati, dalle memorie condivise – per affrontare temi che riguardano ormai il destino stesso della città: il turismo di massa, la perdita progressiva di identità, il rapporto sempre più fragile con l’acqua.

Le tradizionali tagge veneziane diventano così la struttura di una grande opera collettiva. Su quei fili, dove normalmente vengono stesi panni e lenzuola, appaiono teli dipinti che richiamano il moto della Laguna. Ogni tessuto sembra trattenere storie personali, ricordi domestici, frammenti di esistenze che ancora abitano Venezia mentre la città continua lentamente a svuotarsi dei suoi residenti. Il vento completa l’opera, animando le superfici e trasformandole in una marea simbolica che attraversa la corte.

L’intervento è nato da un dialogo diretto con gli abitanti di Corte Nova, coinvolti da McGill in un processo di ascolto e collaborazione durato mesi. Non un semplice progetto calato dall’alto, ma un lavoro costruito insieme alla comunità, con il contributo di associazioni culturali, studenti universitari e realtà cittadine impegnate nella tutela del tessuto sociale veneziano. In questo senso «Marea» supera il confine dell’arte pubblica tradizionale: non occupa meramente uno spazio urbano, ma prova a restituirgli una funzione collettiva. Questa metodologia ricorda da vicino la poetica di Maria Lai, artista sarda che con la sua opera «Legarsi alla montagna» (1981) ha dimostrato come l'arte possa nascere dall'ascolto profondo del territorio e della sua comunità, trasformando un gesto collettivo in un «archivio umano» di storie e relazioni. Anche in «Marea», il processo di coinvolgimento e l'attenzione alle narrazioni individuali creano un vero e proprio archivio umano, non estetico ma esistenziale, che si oppone alla progressiva perdita d'identità della città.

Per Melissa McGill Venezia non è infatti un luogo occasionale. L’artista vive un legame profondo con la città fin dagli anni Novanta, quando vi abitò per la prima volta. Da allora è tornata costantemente, osservandone i cambiamenti e registrandone le trasformazioni più dolorose. Il suo nome è già noto ai veneziani per «Red Regatta», il grande progetto del 2019 che trasformò la laguna in una coreografia di vele rosse dipinte a mano, coinvolgendo decine di imbarcazioni tradizionali e centinaia di residenti. Anche allora il centro del lavoro era Venezia, ma soprattutto la sua comunità.

Con «Marea» il discorso si fa ancora più intimo. La monumentalità della laguna lascia spazio alla dimensione raccolta di una corte abitata. McGill sceglie infatti un elemento semplice e quotidiano come il bucato steso per raccontare la persistenza della vita veneziana. Quelle lenzuola non evocano nostalgia da cartolina, ma presenza concreta: indicano che dietro le finestre esistono ancora famiglie, relazioni, abitudini, memoria. In una città sempre più consumata dall’immagine turistica di se stessa, il gesto domestico diventa un atto quasi politico. Questa immagine del bucato steso, simbolo di una quotidianità resiliente, è un vero e proprio «alfabeto domestico» che racconta la vita che resiste, la condivisione degli spazi e la forza delle comunità. È un'immagine che trasforma il privato in pubblico, rendendo visibile la trama invisibile delle esistenze.

Attorno all’installazione si sviluppa inoltre un progetto più ampio di raccolta di testimonianze. L’artista sta lavorando a un libro e a un documentario dedicati ai racconti dei residenti veneziani, nel tentativo di fissare voci e storie che rischiano di scomparire insieme alla progressiva perdita di popolazione del centro storico. È, ancora una volta, un archivio umano che nasce dall’ascolto e dalla partecipazione, non dalla celebrazione estetica della città. Questo approccio si lega alla riflessione filosofica sull'abitare di Martin Heidegger, per il quale «costruire» non è solo edificare, ma «abitare», prendersi cura del luogo, custodirlo e viverlo in modo autentico, in un rapporto di reciprocità con l'ambiente.

L'opera di McGill, quindi, non si limita a un'estetica visiva, ma si fa custode di un abitare autentico, un gesto di cura per la città e i suoi abitanti. Parallelamente, la galleria 10&Zero Uno ospita «Aquae», mostra personale dell’artista aperta fino al 20 giugno 2026, pensata come estensione del progetto diffuso tra le calli di Castello. Anche qui il tema dell’acqua ritorna come presenza fisica e simbolica, forza naturale ma anche memoria collettiva. La fragilità di Venezia, costantemente in bilico tra terra e acqua, è un tema che ha affascinato anche la letteratura, come dimostrano le descrizioni evocative di Italo Calvino ne Le città invisibili, dove le città sono organismi vivi, intrisi di memoria e di un'esistenza precaria.

Eppure la forza di «Marea» non sta soltanto nel messaggio ambientale o sociale. Sta nella capacità di riportare attenzione su dettagli che Venezia rischia di perdere senza accorgersene: un cortile abitato, un filo teso tra due finestre, il movimento lento di un lenzuolo nel vento. Elementi minimi che diventano indicatori di vitalità urbana. Perché una città continua a esistere davvero soltanto finché qualcuno la vive.

Così, quando il vento attraversa Corte Nova e muove quelle grandi superfici sospese, l’impressione finale non è quella di assistere a un’installazione destinata a sparire dopo pochi giorni. Sembra piuttosto di osservare Venezia mentre tenta, ancora, di riconoscersi. E quelle lenzuola che ondeggiano sopra la corte tornano ad essere non semplici tessuti mossi dall’aria, ma il respiro fragile e ostinato di una comunità che continua a restare a galla.

Melissa McGill.

Lavinia Trivulzio, 10 maggio 2026 | © Riproduzione riservata

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