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Margherita Panaciciu
Leggi i suoi articoliDal 21 febbraio al 14 marzo la Galleria Russo presenta «Diario di una vita», un’importante mostra curata da Daniela Fonti dedicata a Gino Severini che, attraverso un nucleo selezionato di dipinti, disegni, tempere, progetti e ceramiche, ripercorre l’intero arco creativo dell’artista, restituendone la complessità e la straordinaria capacità di reinventarsi nel corso di oltre mezzo secolo di attività. Il percorso espositivo si configura come un racconto continuo, un vero diario per immagini in cui ogni opera rappresenta una tappa fondamentale di una vicenda umana e artistica che attraversa Futurismo, Cubismo, classicismo e astrazione, mantenendo sempre una coerenza interna fondata sul rigore costruttivo e sulla centralità del ritmo.
Le prime prove, come «Ragazza in blu (La jeune fille en bleu)» del 1904 circa e l’«Autoritratto» a pastello dello stesso anno, raccontano il giovane Severini formatosi tra Cortona e Roma, prima del trasferimento a Parigi nel 1906, dove entrerà in contatto con le avanguardie internazionali. È nella capitale francese che l’artista diventa il tramite privilegiato tra l’ambiente futurista italiano e la scena parigina: opere come «Spettatori al “Monico”» (1910-1911) restituiscono l’atmosfera elettrica dei caffè-concerto e dei locali notturni, mentre la tempera su cartoncino «Danseuse dans la lumière (étude de mouvement)» del 1913 traduce in frammenti luminosi e vibrazioni cromatiche l’idea futurista di dinamismo, catturando la scomposizione del gesto e l’energia della danza. Il tema dello spettacolo e della maschera, destinato a tornare più volte nel suo percorso, emerge nei numerosi studi e tracciati preparatori come «Tracciato per Arlequin à la mandoline» e «Tracciato per Bohémien jouant de l’accordéon», fino ai bozzetti e alle chine dedicate a figure teatrali quali Arlecchino, Capitano, Pastorella e Zitella, e al «Siparietto per Arlecchino di Busoni» del 1939, testimonianza di un dialogo continuo con la scena e con l’idea di arte totale.
Gino Severini, «Maternità (Jeanne e Gina)», 1919-1920. Courtesy Galleria Russo
Accanto all’impeto futurista, la mostra mette in luce una dimensione più raccolta e meditativa. Il «Portrait de Madame Declide» del 1908 rivela già una sensibilità raffinata nella resa psicologica, mentre gli «Autoritratti» del 1916 segnano un momento di riflessione che coincide con l’allontanamento dall’ortodossia futurista. È soprattutto con «Maternità (Jeanne e Gina)» del 1919-1920 che Severini inaugura una fase nuova: la solidità volumetrica, la costruzione geometrica e il richiamo alla tradizione indicano l’avvicinamento al Cubismo e, insieme, l’avvio di un percorso verso un classicismo moderno. Questa tensione si manifesta compiutamente nel «Portrait de Gina (Hommage à Fouquet)» del 1927, omaggio colto alla purezza formale del Rinascimento francese, e nelle nature morte degli anni Venti e Trenta, come «Natura morta davanti a una finestra» del 1928 e «Natura morta con aragosta» del 1932-1933 circa, dove gli oggetti sono disposti secondo un equilibrio calibrato, quasi matematico, in uno spazio silenzioso e sospeso.
La vocazione decorativa e monumentale dell’artista emerge con forza nel grande bozzetto «Le Arti» del 1933, preparatorio per il mosaico della Triennale di Milano, che documenta l’interesse di Severini per l’integrazione tra pittura, architettura e arti applicate, una tensione che lo accompagnerà anche nei progetti murali e nei mosaici del secondo dopoguerra. Negli anni Quaranta la sua ricerca si apre ulteriormente a soluzioni astratte, come nel monumentale «Rythme et architecture des trois grâces (Composition √2)» del 1949, dove la figura si trasfigura in un’armonia di rapporti proporzionali e strutture ritmiche, sintesi estrema di una riflessione durata decenni sul rapporto tra forma, numero e spazio.
Il percorso si arricchisce di ritratti come quello di Franco Cavatorta (1939 circa), del lirico Pastorello di Olevano (Pastorello in piedi) del 1939-1940 e della ceramica policroma Arlecchino del 1958-1959, che testimonia l’interesse per la scultura e per la traduzione plastica dei suoi temi prediletti. Numerosissimi i disegni a matita, le carte lucide, le chine e gli studi prospettici che rivelano il Severini progettista, attento alla struttura interna dell’immagine e alla disciplina compositiva, elementi che attraversano tutte le sue stagioni, dalle prime prove divisioniste fino alle astrazioni mature.