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Samantha De Martin
Leggi i suoi articoliAvvolta da una luce impalpabile che si riversa nel blu oltremare della sua «baddejak», la giacca da camera femminile indossata nel Seicento in Olanda, una donna legge una lettera, completamente assorta. Non si conosce l’identità e nemmeno lo status di questa figura, forse incinta, incorniciata nell’intimità di un interno domestico, due sedie vuote e una grande mappa geografica alle sue spalle, a evocare forse un’amata lontananza, una persona cara in viaggio. Con questo gesto minimale, l’autore del dipinto, Johannes Vermeer, introduce il pubblico nella stanza della sua «Donna in blu che legge una lettera». Realizzato intorno al 1663-64, il dipinto, considerato uno dei vertici della produzione del maestro di Delft, dall’8 luglio all’11 ottobre è ospite di Palazzo Barberini a Roma, prestito eccezionale del Rijksmuseum di Amsterdam.
«Mentre a Roma, alcuni anni prima, Pietro da Cortona realizzava il “Trionfo della Divina Provvidenza”, nella volta del salone del piano nobile di Palazzo Barberini, ha detto Thomas Clement Salomon, direttore delle Gallerie Nazionali Barberini Corsini, a Delft un altro grande artista, con un approccio totalmente diverso, ritraeva i fermenti del mondo nella quiete di una stanza. In questi due anni e mezzo abbiamo cercato di presentare i risultati più alti della produzione pittorica e scultorea, dai 24 dipinti di Caravaggio alle opere di Bernini, mentre siamo proiettati al 2027 alla grande mostra su Diego Velázquez e l’Italia. La collaborazione con il Rijksmuseum di Amsterdam è per noi un grande onore oltre a rappresentare un’occasione importante di approfondimento. Dopo la visita alle sale che raccolgono l’eredità di Caravaggio, nello spazio dedicato all’opera di Vermeer possiamo sederci di fronte al dipinto, il primo entrato nelle collezioni del museo olandese, donato da un banchiere, assaporando un senso di pace e contemplazione».
L’opera arrivata a Roma offre un’occasione importante per approfondire il linguaggio di uno dei protagonisti assoluti della pittura europea. L’iniziativa assume un particolare rilievo alla luce della rarità delle opere di Vermeer: sono poco più di una trentina quelle universalmente riconosciute, nessuna conservata in Italia. Il dipinto è affiancato da una serie di contenuti digitali che offrono approfondimenti dedicati alla storia, alla tecnica pittorica di Vermeer e al contesto culturale in cui venne realizzato. Il soggetto della corrispondenza epistolare ricorre più volte nella produzione dell’artista che, attraverso pochi elementi essenziali e una composizione equilibrata, trasforma un gesto ordinario in un’immagine di intensa concentrazione psicologica.
«Ci sono elementi peculiari di questo gigante della pittura europea, spiega la curatrice Paola Nicita, come la presenza di interni domestici o di figure femminili che leggono e scrivono. Mentre i pittori olandesi contemporanei di Vermeer raccontano storie e descrivono aneddoti, il maestro di Delft vuole trasmetterci l’impressione luminosa di un istante senza tempo, guidandoci in una dimensione metafisica che commuove. Per farlo adopera la luce impalpabile e il colore, sottraendo la scena a qualsiasi forma di teatralità e spettacolarizzazione, prediligendo una dimensione intellettuale e sacrale. Della donna rappresentata non sappiamo nulla, è assorta nella lettura, stretta nella giacca da camera dipinta in blu lapislazzuli, traccia di un mondo esotico che si deposita sulla tela. La mappa è reale, pubblicata nel 1620. Tutto appare sfocato, con i contorni poco netti. La scena è un dialogo tra la lettera, simbolo di un oggetto privato, e la mappa che rimanda a una dimensione pubblica, globale. L’artista lascia quindi a noi la libertà di capire e interpretare».
La mostra offre anche l’occasione di apprezzare il restauro condotto dal Rijksmuseum nel 2010, e quello che ha preceduto la grande mostra del 2023 dedicata dal Rijksmuseum al maestro. Interventi che hanno restituito al dipinto la luminosità originaria dei colori consentendo di approfondire la conoscenza del processo creativo dell’artista. La rimozione delle vernici alterate dal tempo ha riportato inoltre alla luce la straordinaria intensità dei blu e numerosi dettagli esecutivi, offrendo nuove prospettive di studio. «In occasione dell’ultimo intervento, ha spiegato la ricercatrice del Rijksmuseum Francesca Gabrieli, abbiamo identificato i pigmenti e il modo in cui il pittore li utilizzava per ottenere il gioco di luce. L’impiego che Vermeer fa del blu oltremare, anche per l’incarnato, o sul muro, è impressionante. Ci siamo resi conto di come per creare gli effetti di luce e ombra sulla superficie del dipinto l’artista cominci dalla base, dipingendo i primi strati. Siamo riusciti ad avere informazioni anche sui cambiamenti messi a punto dall’artista. In una prima versione la donna rappresentata indossava una sorta di pelliccia invernale, la stessa che compare anche in altri dipinti come “La pesatrice di perle”, poi trasformata in giacca da notte. Anche la posizione della mappa è cambiata, forse per meglio centrare la figura».