Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Arianna Scinardo
Leggi i suoi articoliC’è una profonda metafora di rigenerazione dietro le opere di Mariuccia Secol (1929): abbandonare il pennello per sfilare la trama dei tessuti, trasformando la quotidianità domestica in un gesto di rivolta politica.
Curata da Monika Branicka e Eva Brioschi, «Mariusccia Secol: Unraveling» (dal 12 giugno al primo novembre) al Muzeum Susch rende omaggio a una pioniera dell’avanguardia della seconda metà del Novecento, rimasta a lungo ai margini delle grandi narrazioni storiche, attraverso un corpus di opere che intreccia femminismo, critica sociale e riscatto storico.
Il percorso espositivo si sviluppa come un’evoluzione ciclica, sia sul piano tematico sia cronologico, mettendo al centro la trasformazione del corpo attraverso la metafora della crisalide. Il cammino spirituale e creativo dell’artista prende avvio dai dipinti segnati dal trauma bellico per aprirsi progressivamente alla rinascita di una nuova soggettività.
La retrospettiva si configura come un archivio ribelle e documenta anche la svolta terapeutica vissuta da Secol come docente nel laboratorio di pittura dell’ospedale psichiatrico di Bizzozero-Varese, negli anni della rivoluzione di Franco Basaglia. Influenzata dal movimento femminista, negli anni Sessanta l’artista abbandona il pennello per lavorare con i materiali della vita quotidiana, primo fra tutti il tessuto. Sfilarne le trame diventa così una poetica del rifiuto e della sottrazione: un gesto radicale di contestazione dei ruoli di genere che troverà la sua espressione più compiuta nel Gruppo Femminista Immagine, presentato alla Biennale di Venezia del 1978.
Al centro dell’esposizione si erge l’installazione monumentale «Donna ponte»: un tessuto di dieci metri che incarna una trasversalità capace di unire dimensioni diverse, sospese tra maschile e femminile, tra sé e altro. Nella maturità, la ricerca di Secol si apre anche a una critica geopolitica ed ecologica globale, anticipando un’arte intersezionale attenta alla difesa delle identità oppresse.
La mostra, in perfetta sintonia con la missione fondativa del museo svizzero, da sempre impegnato a riscoprire le voci femminili dell’avanguardia, restituisce una forte identità all’artista. Tra espressione formale e profondo impegno etico, nelle opere di Mariuccia Secol emergono con forza questioni ancora oggi irrisolte: la ricostruzione di una trama personale e intima che finisce per riflettersi, inevitabilmente, nella nostra storia collettiva.
Milli Gandini e Mariuccia Secol alla mostra «La mamma è uscita alla Galleria Cavedra», Varese, dal 1 al 23 marzo 1980. Sullo sfondo l’opera di Secol «La mamma è uscita». Courtesy della famiglia dell’artista (archivio privato). Foto autore sconosciuto. Riproduzione: Magdalena Typiak