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Giovanni Ghirardi, «Fabbrica ceramiche, Vietri», 2025

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Giovanni Ghirardi, «Fabbrica ceramiche, Vietri», 2025

La fotografia di Giovanni Ghirardi trasforma i luoghi in reticoli astratti

Da Still Fotografia, a Milano, sono esposti quaranta scatti di spazi urbani e industriali, con un focus sulle immagini stranianti della Namibia, dell’artista e avvocato meneghino

Ada Masoero

Giornalista e critico d’arte Leggi i suoi articoli

Non le architetture spettacolari del passato e nemmeno quelle di tante archistar di oggi, pensate per stupire ma spesso destinate a diventare un déja-vu a pochi anni dall’inaugurazione: quelle scelte da Giovanni Ghirardi per farne l’oggetto della sua ricerca artistica sono architetture che stanno quotidianamente sotto i nostri occhi distratti, oppure sono spazi dismessi (e dimessi, marginali) o, ancora, sono interni dimenticati e corrosi del nostro passato prossimo industriale (come il soffitto della «Fabbrica di ceramiche a Vietri», 2025, che sotto il suo obiettivo diventa una composizione astratta), oppure sono immagini di luoghi al tempo stesso desolati ed emotivamente travolgenti, come Kolmanskop, un tempo prospera città coloniale tedesca, costruita negli anni Venti nel deserto del Namib e presto abbandonata, quando le miniere diamantifere si esaurirono, poi diventata un luogo fantasma invaso dalla sabbia portata dal vento del deserto nelle stanze di quei «gusci» svuotati di vita. Di tutti questi luoghi Ghirardi (nato a Milano nel 1969, avvocato in un famoso studio legale internazionale e, insieme, fotografo di valore) estrae e astrae la struttura formale, trasformandoli di volta in volta in reticoli astratti (come «Gotham (San Francisco)», 2022, e «Vigentino, Milano», 2025), o in immagini ambigue, di non immediata decifrazione («Marriot Marquis, Atlanta», 2024), oppure ancora (per gli interni abbandonati) facendone delle reliquie della memoria. Sempre rigorosamente deserte di ogni presenza umana.

Il solco in cui si muove Ghirardi è quello tracciato da maestri come Luigi Ghirri e Gabriele Basilico, una dimensione che abita con evidente familiarità di spirito ma al tempo stesso con originalità di sguardo, dando vita a partiture formali di assoluto rigore e (parrebbe un ossimoro) di sorprendente forza emozionale.

Quaranta sue fotografie di spazi urbani e industriali, con un focus sulle immagini stranianti della Namibia, sono esposte dal 15 maggio al 4 luglio a Milano da Still Fotografia (via Zamenhof 11) nella mostra «Giovanni Ghirardi. Altre architetture» curata da Alessandro Curti e Alessio Fusi, da cui emerge una profondità di sguardo fatta, sempre, di tempi lunghi, dal momento dello scatto, frutto di un’analisi affilata dei rapporti proporzionali e dell’incidenza della luce, fino alla stampa delle opere, che Ghirardi realizza di persona. Così come, da qualche tempo, realizza personalmente le cornici (lo faceva spesso, con i suoi dipinti, anche Giacomo Balla, e anche lui le considerava parti inscindibili dell’opera stessa). Lo scrive Alessandro Curti nel libro (Grafiche Antiga) che accompagna la mostra: «In un panorama saturo di immagini veloci, Ghirardi sceglie un tempo dilatato, rigoroso, lavora per sottrazione [...]. I suoi lavori recuperano la dimensione tecnica e artigianale su cui tradizionalmente la fotografia si fonda. Nelle sue opere, le cornici non giocano semplicemente un ruolo di completamento estetico, ma sono parti integranti di ciascuna fotografia».

Il ricavato di alcune delle opere esposte sarà devoluto a Jackfruit, un’istituzione che assicura l’istruzione e la salute a bambini dell’area subsahariana in condizioni di vulnerabilità.

Giovanni Ghirardi, «Palermo», 2025

Giovanni Ghirardi, «Peloponneso, Grecia», 2021

Ada Masoero, 14 maggio 2026 | © Riproduzione riservata

La fotografia di Giovanni Ghirardi trasforma i luoghi in reticoli astratti | Ada Masoero

La fotografia di Giovanni Ghirardi trasforma i luoghi in reticoli astratti | Ada Masoero