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Luana De Micco
Leggi i suoi articoliGià agli albori della fotografia, nata ufficialmente nel 1826 (il primo scatto è considerato la «Veduta della finestra a Le Gras» di Joseph Nicéphore Niépce), fotografi e artisti hanno sperimentato pratiche che oggi definiremo di postproduzione, dando vita, grazie all’uso di forbici e colla, o tramite esposizioni multiple e interventi diretti sul negativo, a immagini irreali, alterate consapevolmente per divertire, provocare o influenzare l’opinione pubblica. Nell’era del «tutto digitale» e del deepfake generato dall’Intelligenza Artificiale, dal 6 febbraio al 25 maggio il Rijksmuseum di Amsterdam propone «Fake! Early Photo Collages and Photomontages». Oggi la parola «fake» è diventata sinonimo di disinformazione, solleva il dibattito della distinzione tra il «vero» e il «falso» e il problema della perdita di fiducia nella veridicità delle immagini che invadono la sfera pubblica e privata. Ma la manipolazione delle immagini, ed è il messaggio veicolato dalla mostra, non è affatto un fenomeno nato nel XXI secolo, essendo già presente nell’800 e nel ’900, quando la fotografia godeva ancora di un’aura di assoluta affidabilità. Il museo allestisce negli spazi della sua Photo Gallery più di 50 scatti d’epoca attinti dalla sua collezione: «Molti collage e composizioni fotografiche raffigurano scene impossibili, assurde o divertenti che nessuno avrebbe mai potuto scambiare per realtà. Eppure, già allora, il confine tra autentico e falso, credibile e incredibile, risultava spesso difficile da distinguere», osserva il curatore Hans Rooseboom.
Il periodo preso in considerazione va dal 1860 al 1940, quando il «cut and paste» si faceva manualmente o con tecniche fotografiche rudimentali, come la doppia esposizione in camera oscura, che consentiva di far apparire la stessa persona due volte nel medesimo scatto. Tecniche, spiega il museo, che venivano spesso utilizzate per creare «innocui scherzi visivi», con il solo scopo di divertire, ma che altre volte potevano essere impiegate «con intenti molto seri». Sono esposte cartoline e fotomontaggi del primo ’900 con soggetti straordinari che alludono a un immaginario popolare fatto di umorismo e meraviglia. In uno di questi, un uomo spinge una carriola che sembra trasportare una testa umana gigante. In una stampa, un’automobile sorvola un parco di New York, in un’altra un uomo e una donna sono sospesi con le loro valigie nel cielo di Amburgo. La mostra espone anche lavori il cui scopo era esprimere messaggi politici e sociali. Tra i più celebri autori di fotocomposizioni politiche fu John Heartfield (pseudonimo di Helmut Herzfeld, 1891-1968), artista tedesco esponente del Dadaismo berlinese e pioniere del fotomontaggio satirico. Con le sue composizioni pubblicate negli anni Trenta sulla rivista «A-I-Z» (acronimo di «Arbeiter-Illustrierte-Zeitung», ovvero il «Giornale Illustrato dei Lavoratori»), mensile del partito comunista tedesco, Heartfield ribaltava i messaggi del regime nazista, smascherando propaganda e potere e criticando apertamente Hitler e il nazismo.
F. M. Hotchkiss, «Decapitazione», 1880-1900 ca. Foto: Rijksmuseum