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Le opere dell’artista scomparso trent’anni fa si collocano in una zona liminale tra reperto archeologico e dispositivo rituale, intrecciando paleontologia, etnografia e alchimia in quello che lui stesso definiva «work in regress», un movimento a ritroso verso l’origine dell’umano
- Alessia De Michelis
- 11 maggio 2026
- 00’minuti di lettura
Claudio Costa, «ll cielo guardando...», 1978, C+N Gallery CANEPANERI
La natura come archivio vivente: Claudio Costa al Pav
Le opere dell’artista scomparso trent’anni fa si collocano in una zona liminale tra reperto archeologico e dispositivo rituale, intrecciando paleontologia, etnografia e alchimia in quello che lui stesso definiva «work in regress», un movimento a ritroso verso l’origine dell’umano
- Alessia De Michelis
- 11 maggio 2026
- 00’minuti di lettura
Alessia De Michelis
Leggi i suoi articoliA più di trent’anni dalla scomparsa, Claudio Costa (Tirana, 1942-Genova, 1995) torna al centro della riflessione critica con «Metamagico», una personale ospitata dal Pav-Parco Arte Vivente di Torino dal 16 maggio all’11 ottobre, in collaborazione con l’Archivio Claudio Costa e C+N Gallery CANEPANERI. Curata da Marco Scotini, la mostra rilegge il nucleo più radicale della ricerca dell’artista negli anni Settanta, mettendo in luce una pratica che sfugge tanto alle definizioni dell’Arte Povera quanto alle convenzioni dell’antropologia visiva.
Più che rappresentare la natura, Costa la assume come archivio vivente: un deposito di tracce biologiche e culturali da disseppellire attraverso il gesto artistico. Le sue opere (tavole, teche, installazioni, serie fotografiche) si collocano in una zona liminale tra reperto archeologico e dispositivo rituale, intrecciando paleontologia, etnografia e alchimia in quello che l’artista definiva «work in regress», un movimento a ritroso verso l’origine dell’umano.
Il titolo dell’esposizione riprende un lavoro del 1978 e allude a un pensiero «metamagico» che Scotini interpreta come alternativa alla razionalità modernista occidentale. In dialogo ideale con Gilles Deleuze, Félix Guattari ed Ernesto de Martino, Costa concepisce il rito e il mito come strumenti conoscitivi, luoghi in cui arte e sciamanesimo condividono la stessa funzione di riscatto della presenza.
Artista appartato ma centrale nel panorama internazionale, Costa si forma tra Milano e Parigi, frequentando l’Atelier 17 di S. W. Hayter e incontrando Marcel Duchamp, figura decisiva per il suo percorso. Dalla fine degli anni Sessanta lavora con materiali organici ed elementari come creta, cera, ossa, ardesia, terracotta, sviluppando una poetica autonoma che lo porterà a partecipare a documenta 6 e a diverse edizioni della Biennale di Venezia.
La mostra, realizzata con il sostegno della Compagnia di San Paolo, della Fondazione CRT e della Regione Piemonte, si articola in tre sezioni («Antropologia riseppellita», «Il Museo dell’Uomo» e «Il Museo di antropologia attiva di Monteghirfo») confermando l’attualità di una ricerca che aveva anticipato molte delle questioni oggi al centro del dibattito su ecologia, memoria del vivente e relazione tra arte ed ecosistema.
Claudio Costa, «Genova Quarto», 1994. Foto Marisol Costa