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Luana De Micco
Leggi i suoi articoli«Voglio vedere le mie montagne»: secondo il biografo Raffaele Calzini sono state queste le ultime parole pronunciate da Giovanni Segantini prima di morire, il 28 settembre 1899, mentre si trovava sullo Schafberg, a 2.837 metri di altitudine, di fronte al grandioso paesaggio dell’Engadina. L’artista trentino stava lavorando al pannello centrale del suo «Trittico della Natura», destinato all’Esposizione universale di Parigi del 1900. Aveva già completato «La Vita», dipinto in val Bregaglia, a Maloja aveva quasi ultimato «La Morte», restava «La Natura». Ogni giorno Segantini saliva in alta quota con la tela monumentale e installava il cavalletto tra gli alpeggi, malgrado il freddo e i primi segnali di malessere. Ad accompagnarlo nell’impresa, il gallerista Alberto Grubicy e l’amico e allievo Giovanni Giacometti. Quel giorno, mentre interveniva sui dettagli del cielo, venne colto da violenti dolori addominali. Il figlio Mario scese precipitosamente a valle per chiamare il dottor Oskar Bernhard, che era anche mecenate di Segantini. Ma ogni soccorso fu inutile: il pittore morì per una peritonite acuta a soli 41 anni. Il Trittico, anche se incompiuto, fu esposto l’anno dopo a Parigi. Quella frase, in cui si condensa l’intera parabola esistenziale e artistica del pittore trentino, è anche il titolo della mostra che il Musée Marmottan-Monet presenta fino al 16 agosto, prima grande monografica di Segantini in Francia. Il museo riunisce circa 60 opere provenienti da importanti istituzioni europee e internazionali, dal Segantini Museum di Saint-Moritz (dove è conservato il «Trittico», un’opera che non può viaggiare) al Kunsthaus di Zurigo, dalla Galleria d’Arte Moderna di Milano a numerose collezioni private.
Il percorso espositivo, curato da Gabriella Belli, già direttrice della Fondazione Musei Civici di Venezia, e Diana Segantini, pronipote dell’artista, è concepito come una vera e propria «ascensione», dalle pianure lombarde della Brianza fino alle valli svizzere dell’Engadina, una traiettoria non solo geografica ma anche interiore. La montagna è per Segantini uno spazio di elevazione morale e spirituale: «La frase “Voglio vedere le mie montagne”, che ormai appartiene alla pittura del ’900, e ha ispirato diversi artisti contemporanei, indica il ritorno alle origini, alle radici, a quel momento in cui l’uomo torna a ristabilire un rapporto originario di armonia con la Natura», spiega Gabriella Belli. Non è un caso che l’artista scelga progressivamente di vivere sempre più in alto, fino al suo chalet di Maloja, in un isolamento che alimenta il mito dell’«orso solitario».
Giovanni Segantini, «Le due madri», 1889, Milano, Galleria d’Arte Moderna. © Comune di Milano - tutti i diritti riservati - Milano, Galleria d’Arte Moderna
Nato ad Arco nel 1858, orfano a soli 8 anni, Segantini scopre la pittura a 16 anni. Si forma a Milano, tra l’Accademia di Brera e gli ambienti scapigliati. La ricerca sulla luce lo tormenta sin dai paesaggi delle praterie dipinti a Caglio, nell’estate del 1885. È grazie al mercante d’arte e mentore Vittore Grubicy che Segantini approda al Divisionismo, tecnica che gli permette di sperimentare tutte le variazioni della luce. Determinanti sono gli otto anni trascorsi nel Canton Grigioni, a Savognin, all’epoca un villaggio di poche centinaia di abitanti. Opera cardine di questa svolta è «Ave Maria a trasbordo», seconda versione del 1886-88 di un primo quadro del 1882. Una scena quotidiana che diventa una visione quasi mistica: «La pittura divisionista fu una rivelazione: i colori primari e complementari, alternati in filamenti sottilissimi e quasi invisibili, venivano disposti meticolosamente e pazientemente sulla tela. Questa tecnica gli garantì una totale chiarezza e purezza cromatica. Il Divisionismo divenne per lui non solo una teoria, ma anche lo strumento ideale per esplorare il creato. Benché dipingesse in plein air, Segantini superava la realtà. Le composizioni finali risultavano allora totalmente immaginarie, visioni della verità che si cela oltre l’apparenza della realtà. In questo è la sua modernità».
Tra i temi centrali dell’opera di Segantini è la maternità. In un quadro come «Le due madri» (1889), la figura materna, tanto umana che animale, si carica di un valore archetipico, incarnazione della «Grande Madre», principio universale di amore, protezione e ciclo della vita. «Il tempo, l’indicazione dell’ora, è un altro elemento essenziale dell’opera di Segantini, che si esprime in particolare tramite il tema del ritorno, come in “Ritorno all’ovile” del 1888. L’arrivo della sera da fenomeno naturale si carica di significati simbolici. Nei quadri di Segantini non vediamo mai il sole, osserva ancora Gabriella Belli. A differenza di Giuseppe Pellizza da Volpedo, autore del “Quarto Stato”, che dipinse i raggi del sole, in Segantini il sole appare solo in modo indiretto. E nei rari quadri in cui il sole è allo zenit, allora la luce diventa abbagliante». La mostra insiste sulla dimensione simbolica del paesaggio alpino. A mano a mano che l’artista compie la sua ascesa in alta quota, dal punto di vista formale, i paesaggi si fanno sempre più rarefatti. Nelle grandi tele «Pascoli alpini» (1893-94) e «Pascoli di primavera» (1896) la pittura si fa sempre più radicale, al limite dell’astrazione. Il percorso si conclude con quattro tele di Anselm Kiefer, omaggio contemporaneo dell’artista tedesco che ispirandosi a Segantini ha realizzato un ciclo di tele sul tema delle montagne: «Come per Segantini, anche per Kiefer la natura è viva, in tutti i suoi esseri, anche minerali. Tutto il creato ha un’anima». Un epilogo coerente con la dimensione «profetica» dell’artista, fa notare ancora Gabriella Belli, che vedeva nella propria opera e in quella dei suoi contemporanei «l’ultima luce del crepuscolo» destinata a prefigurare «dopo una lunga notte, l’aurora del futuro».
Giovanni Segantini, «Ave Maria a trasbordo», 1886-88, Segantini Museum, Saint-Moritz, deposito della Fondation Otto Fischbacher Giovanni Segantini. © Stephan Schenk, Segantini Museum