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Roberto Mercuzio
Leggi i suoi articoliA Basilea la Fondation Beyeler ospita, dal 24 maggio al 13 settembre, la prima personale di Pierre Huyghe (1962), con nuove opere, film recenti e una selezione di lavori precedenti, a cura di Mouna Mekouar e Anne Stene. L’artista parigino da più di vent’anni concepisce le proprie esposizioni come finzioni speculative, da cui emergono modalità alternative di esistenza: le forme viventi ed inerti, i materiali biologici e le tecnologie sono legati da interrelazioni e costantemente soggetti a processi di apprendimento, mutamento ed evoluzione. Ne risultano realtà e situazioni dinamiche, pensate nel trascorrere del tempo e nell’imprevedibilità.
Concepita per la Fondation Beyeler, la mostra è un allestimento site specific in cui tutte le opere e gli spazi che le circondano costituiscono una soglia ambigua. Attraverso l’interazione di opere in continua evoluzione, nelle quali si combinano immagini in movimento, suono, oggetti, organismi viventi e apprendimento automatico, l’esposizione si sviluppa seguendo i ritmi di «Apnea» (2026). Un organo respiratorio artificiale, raccolto sott’acqua, respira a un ritmo umano. La sua membrana oscilla come se fosse in apnea e detta i tempi alle opere circostanti. Aria, suono e vibrazioni impercettibili circolano attraverso le pareti, fino a desincronizzarsi o interrompersi, formando uno spazio di respirazione condiviso che permea l’intera esposizione.
Nell’opera «Alchimia» (2026) un verme (che simboleggia l’inconscio umano) è collocato sulla soglia di una porta. Animato dal respiro, mormora e vibra nella materia circostante, dando vita a una sorta di polifonia. Privato di aria, vacilla e si contorce. Anche quest’opera, come «Apnea», rappresenta la respirazione come forza fisica e simbolica capace di plasmare la nostra esperienza.
«Liminals» (2026), l’ultimo film di Huyghe, si sviluppa come un mito contemporaneo, simulando una condizione non umana ed esplorando l’incertezza («Uno stato liminale, una danza incessante della materia», la definisce l’artista). Una figura antropomorfa, svuotata e senza volto, emerge da stati mutevoli e cerca di esistere in una realtà al di là del tempo e dello spazio. Il film si domanda se sia possibile relazionarsi a una tale realtà e quali condizioni possano rendere possibile la percezione simultanea di molteplici stati dell’esistenza.
Un grande cancello chiuso, «Adversary» (2026), ha la funzione di una soglia: l’opera è al contempo immagine simbolica e punto di accesso a ciò che si trova oltre. Un’immagine mentale, generata da un’interazione creativa fra uomo e macchina, si sostanzia in una porta a bassorilievo. Fra tutte le possibili immagini mentali, una soltanto viene scelta ed eseguita. In «Camata» (2024), delle macchine sembrano compiere un rituale sconosciuto su uno scheletro non sepolto rinvenuto nel deserto di Atacama, in Cile. Privo di linearità, di un inizio o di una fine, il film è continuamente rimontato in tempo reale grazie all’impiego di sensori integrati nello spazio espositivo.
La mostra alla Fondation Beyeler invita i visitatori a immergersi in un «soulscape», un paesaggio dell’anima: un mondo interiore composto da molteplici temporalità, voci e stati. Una polifonia che si apre a momenti di contraddizione e spaesamento, facendoci riflettere sulla nostra condizione di esseri ibridi, senza gerarchia tra finzione e realtà, tra vivente e artificiale, tra umano e non umano.
Nelle parole dell’artista, «le finzioni sono veicoli che ci danno accesso ad altri mondi possibili, a un’immaginazione controfattuale. Tali finzioni, separate da ciò che è noto, libere da vincoli temporali e spaziali, sono aperte alla speculazione, a strade non ancora percorse. Ci permettono di esperire noi stessi dall’esterno».
Pierre Huyghe, «Camata», 2024. Courtesy the artist © Pierre Huyghe, represented by ProLitteris (CH) / ADAGP (FR)