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Grazia Mazzarri
Leggi i suoi articoli«La mostra di Anna Perach conclude un percorso unico e complesso costituito da un anno di alta formazione dedicata al postcoloniale e a prospettive non eurocentriche, con tematiche di genere e legate all’ambiente, in cui 17 giovani laureati e adulti con trascorsi migratori hanno maturato competenze molto specifiche da investire in musei e istituzioni culturali italiane. Anna Perach esprime una coerenza molto forte nell’indagine sul femminile, sulla ricezione delle tradizioni e del folklore, su fenomeni di esoticizzazione domestica in analogia alla matrice coloniale della ricezione e rappresentazione culturale che l’Occidente continua ad avere rispetto al patrimonio materiale e immateriale non europeo. Su questo e molto altri aspetti MAD apre continue nuove riflessioni, quale centro di ricerca e produzione internazionale di riferimento sulla scena italiana». Con queste parole Valentina Gensini, direttrice artistica di MAD Murate Art District di Firenze, ha introdotto «Dis/Enchanted Interiors» (fino al 12 luglio), la prima personale istituzionale in Italia di Anna Perach che ha curato con Veronica Caciolli.
Prodotta da MAD Murate Art District, Fondazione MUS.E, in collaborazione con l’Università degli Studi di Firenze, la mostra, allestita presso MAD e il Museo di Antropologia e Etnologia-Sistema Museale di Ateneo, rappresenta il quarto anno di collaborazione tra le due istituzioni e si propone come una retrospettiva sull’opera dell’artista nell’ultimo decennio, ma anche come esposizione site specific che indaga i temi del colonialismo, dell’esotismo, delle tradizioni popolari, dell’identità e del femminile. «Il progetto curatoriale di quest’edizione si è concentrato sulla figura di Anna Perach per via della natura ibrida della sua identità, che si rispecchia nel suo lavoro; per via degli ambiti di interesse dell’artista, di tipico carattere antropologico, e per la prospettiva applicatavi, tesa alla decostruzione di stereotipi e logiche patriarcali, del tutto riflettenti un’attitudine contemporanea, attraverso un acuto linguaggio formale, esteticamente incantevole», ha aggiunto la cocuratrice Veronica Caciolli. Perach (nata a Zaporizhzhia, Ucraina, nel 1985, vive e lavora a Londra) crea ambienti abitati da sculture utilizzando la tecnica di tessitura nota come «tufting», spesso impiegata per la realizzazione di tappeti. Le sue sculture, indossabili, vengono attivate in performance. Il tappeto, inteso come simbolo domestico che accompagna i viaggi dell’artista sin dagli inizi della sua carriera, accoglie e innesca una serie di riflessioni sulla migrazione culturale.
Oltre a due nuove produzioni esposte al primo piano di MAD e a un lavoro dedicato al Museo di Antropologia e Etnologia, MAD presenta una selezione di opere realizzate tra il 2019 e oggi. «Mother of Monsters» si ispira all’omonimo racconto (La madre dei mostri) di Guy de Maupassant del 1883, in cui una donna realizza corsetti in grado di deformare il corpo durante la gravidanza, causando la nascita di bambini con anomalie fisiche per farne un commercio lucroso. Perach rielabora quest’inquietante narrazione per interrogare le forme di controllo e disciplinamento imposte al corpo femminile. Nell’opera dell’artista il corsetto diventa un dispositivo ambiguo: una struttura rigida che protegge e al contempo costringe, comprimendo il cambiamento e rendendo visibile la tensione tra generazione, violenza e trasformazione.
In «Uncanny Valley» una serie di teste ricamate ripropone la macabra processione di teste mozzate che circondano la casa della Baba Yaga nella fiaba russa Vasilisa la bella. La tecnica del tufting di Perach infonde a ciascuna testa un aspetto distinto ma stranamente familiare, rendendole veicolo di memoria culturale ma evocando al contempo la sensazione inquietante di «uncanny valley», termine coniato nel 1970 dal robotico giapponese Masahiro Mori per descrivere quella sensazione di inquietudine e repulsione provata quando si osserva una figura dalle sembianze quasi umane, ma inquietantemente non del tutto. Questa e altre opere («Dismembered Venus») riflettono la recente ricerca di Anna Perach, concentrata sulla storia della stregoneria e su come sia stata demonizzata durante il periodo dell’Illuminismo, sminuendo il ruolo della donna e confinandola nello spazio domestico.
Infine, per il Museo di Antropologia e Etnologia l’artista ha realizzato un’opera che tradisce una profonda autocritica disvelando vedute di interni della casa di famiglia. Emigrati dall’Unione Sovietica dopo il crollo del regime comunista, i genitori di Perach si trasferirono nel paesaggio desertico del sud di Israele e arredarono la loro casa con oggetti che, all’epoca del regime, erano considerati simboli di status sociale. Tra questi figurano sfarzose carte da parati e tessuti ispirati alle tradizioni francesi e italiane, maschere africane e statuine asiatiche in porcellana. Dalla prospettiva sovietica questi manufatti rappresentavano la ricchezza e il potere dell’Occidente e indicavano il privilegio di poter viaggiare, limitatamente a una élite, a causa delle restrizioni di uscita imposte dall’Urss. Perach ha significativamente collocato questo lavoro fuori dal percorso museale, che decide così di non abitare.
Una veduta della mostra «Dis/Enchanted Interiors» al Murate Art District di Firenze