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In occasione dei sessant’anni dal Primo Premio per la Grafica alla Biennale di Venezia, lo spazio Casa MB di Milano ospita un’indagine sulla persistenza di un’icona archetipica tra arte, editoria e immaginazione
- Arianna Scinardo
- 17 aprile 2026
- 00’minuti di lettura
Ezio Gribaudo, «Sauropode», 1984
Courtesy di Archivio Gribaudo & sans titre, Parigi
L’eterno ritorno del dinosauro e la poetica dell’immagine di Ezio Gribaudo
In occasione dei sessant’anni dal Primo Premio per la Grafica alla Biennale di Venezia, lo spazio Casa MB di Milano ospita un’indagine sulla persistenza di un’icona archetipica tra arte, editoria e immaginazione
- Arianna Scinardo
- 17 aprile 2026
- 00’minuti di lettura
Arianna Scinardo
Leggi i suoi articoli«Quando si svegliò, il dinosauro era ancora lì». Il celebre microracconto del guatemalteco Augusto Monterroso, vertice del minimalismo letterario, racchiude in poche parole la sottile soglia che separa il sogno dalla veglia, l’immaginazione dalla realtà sensibile. È in questo connubio, in cui l’arcaico si sovrappone al presente, che si colloca la ricerca di Ezio Gribaudo (Torino, 1929-2022).
Fino al 16 maggio, Casa MB presenta la mostra personale «D come Dinosauri», realizzata in stretta collaborazione con l’Archivio Gribaudo. Il progetto approda a Milano all’interno di una costellazione espositiva internazionale che tocca Parigi, Venezia, Milano e Torino, con una scelta curatoriale che rifugge la logica commemorativa per concentrarsi su un nodo centrale e ossessivo della produzione gribaudiana: la figura del dinosauro.
La genesi di questa «epopea visiva» risale al 1984, durante un viaggio dell’artista in Australia. L’incontro con dei resti fossili non generò in Gribaudo un impulso documentaristico o didascalico, al contrario attivò una sorta di archeologia dell’immaginario. Le opere esposte, si configurano come ricordi filtrati in cui l’osservazione del dato naturale è inscindibile dalla sua ricostruzione mentale: il dinosauro smette di essere un animale estinto per diventare una figura persistente, una matrice formale capace di evolversi attraverso media differenti, dalla carta alla scultura, dalla grafica alla pittura, senza mai giungere a una risoluzione definitiva.
Gribaudo ha lavorato con i protagonisti delle avanguardie, assorbendo una sensibilità unica verso la circolazione delle immagini. La vicinanza con i processi industriali della stampa ha formato la sua poetica, portandolo a trattare la figura preistorica come un carattere tipografico, un segno che può essere impresso, spostato e rigenerato. È l’immagine di un’immagine, una forma che emerge da strati di memoria collettiva, da ricostruzioni museali, da lastre di stampa e matrici.
A sessant’anni dal conferimento del Primo Premio per la Grafica alla 33. Biennale di Venezia (1966), la mostra restituisce la statura di un autore che ha saputo far dialogare l’arcaico con la modernità. I dinosauri di Gribaudo, come nel racconto di Monterroso, sono ancora lì, una presenza che sfida il tempo e continua a interrogarci sulla natura della nostra percezione.