Image

Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine

Una veduta della mostra «We Make Years Out of Hours» all’Hamburger Bahnhof di Berlino

Image

Una veduta della mostra «We Make Years Out of Hours» all’Hamburger Bahnhof di Berlino

Lina Lapelytė a Berlino per la seconda edizione della Chanel Commission

Nel 30mo anniversario dell’Hamburger Bahnhof l’artista lituana, Leone d’Oro alla 58ma Biennale di Venezia, ha realizzato «un monumento vivente al tempo, alla cura e alla coesistenza»

Chiara Caterina Ortelli

Leggi i suoi articoli

C’è della resina che cola ancora dai cubi. Segno che il legno ricorda di essere stato albero. Quattrocentomila blocchi di pino e abete, tutti identici (dieci centimetri per lato, peso uguale) coprono il pavimento della sala storica dell’Hamburger Bahnhof di Berlino e si accumulano in forme instabili: piramidi, pozzi, monticelli. Strutture che non hanno nessuna intenzione di restare immutabili. Appena si entra, c’è il profumo di legno fresco, un odore che di solito non appartiene ai musei. E poi, si inizia a sentire: i cubi che scivolano l’uno sull’altro sotto i piedi, il rumore secco di uno che cade, i tonfi, il crepitio di una pila che viene disfatta e rifatta. Un suono preciso, inaspettato, che sveglia la curiosità dell’orecchio.

È questa la seconda edizione della CHANEL Commission, affidata quest’anno a Lina Lapelytė. Si intitola «We Make Years Out of Hours» ed è visibile fino al 10 gennaio 2027, nove mesi di presenza continua in quello che fu il capolinea della ferrovia Berlino-Amburgo, costruito nel 1846, diventato museo d’arte contemporanea solo nel 1996. Trent’anni fa esatti. La mostra è curata da Sam Bardaouil e Till Fellrath, direttori dell’Hamburger Bahnhof. Affidare questa commissione a Lapelytė per l’anniversario ha una logica precisa: il suo lavoro da anni si interroga su che cosa significhi stare insieme in uno spazio, fare qualcosa con le proprie mani e la propria voce, senza che il risultato appartenga a nessuno. La sala storica diventa con questo lavoro un luogo di azione collettiva e canto: i 400mila cubi circolano attraverso le mani del pubblico, formando strutture temporanee che vengono continuamente rifatte mentre le voci risuonano nell’architettura. Non un’opera da guardare, ma un tempo da vivere.

Dodici performer attivano lo spazio attraverso gesti ripetuti di costruzione e smontaggio, mentre le loro voci portano frammenti di poesia attraverso l’architettura della sala. Ventiquattro in totale, a turni. Ogni martedì, giovedì e sabato, per tre ore di fila. Il libretto è composto dalle parole di 15 scrittori: il poeta vietnamita-americano Ocean Vuong, la poetessa e pittrice libanese-americana Etel Adnan, la regista iraniana Forugh Farrokhzad, il poeta palestinese Mahmoud Darwish e altri. Voci da geografie e secoli diversi, cucite insieme in canzoni che parlano di comunità, amore e perdita. Ma il suono non è un accompagnamento. È parte della struttura stessa dell’opera. Quelle poesie brevi, cantate da voci insieme ma distinte, fanno sentire qualcosa che i cubi da soli non potrebbero dire: il rumore del lavoro collettivo, l’attesa di un risultato che non appartiene a nessuno in particolare. I performer non sono tutti professionisti. Il progetto ha cercato esplicitamente coristi, cantanti lirici, ma anche pensionati, disoccupati, chiunque avesse voglia di usare la propria voce.

Nata a Kaunas nel 1984, violinista classica di formazione, Lapelytė ha costruito una pratica che non si lascia catalogare facilmente. Quello che la interessa non è il gesto grande, quello che travolge,ma la piccola azione ripetuta fino a cambiare il modo in cui si ascolta. La svolta internazionale arriva nel 2019 con «Sun & Sea», opera-performance creata insieme a Vaiva Grainytė e Rugilė Barzdžiukaitė: vacanzieri stesi su una spiaggia artificiale cantano storie quotidiane che si aprono lentamente sul disastro climatico. Il lavoro vince il Leone d’Oro alla 58ma Biennale di Venezia, il riconoscimento più alto nel mondo dell’arte contemporanea, assegnato per la prima volta a un lavoro lituano.

«We Make Years Out of Hours» spinge ancora più avanti in quella direzione. Il lavoro si propone come un monumento vivente al tempo, alla cura e alla coesistenza. In un’epoca in cui tutto accelera e si frammenta, l’opera di Lapelytė chiede l’opposto: rallentare, ascoltare, costruire qualcosa insieme, anche solo per qualche ora, che ci spinge a riunirci.

Una veduta della mostra «We Make Years Out of Hours» all’Hamburger Bahnhof di Berlino

Chiara Caterina Ortelli, 06 maggio 2026 | © Riproduzione riservata

Lina Lapelytė a Berlino per la seconda edizione della Chanel Commission | Chiara Caterina Ortelli

Lina Lapelytė a Berlino per la seconda edizione della Chanel Commission | Chiara Caterina Ortelli