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Lisetta Carmi, Travestiti, 1965

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Lisetta Carmi, Travestiti, 1965

Lo sguardo politico di Lisetta Carmi. Intervista con Giovanna Calvenzi

In occasione della mostra al Museo di Fotografia Contemporanea (MuNaF) di Cinisello Balsamo (fino al 6 giugno), abbiamo parlato con la photoeditor che ha contribuito a divulgare l'opera dell'autrice 

Mauro Zanchi

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L'itinerario artistico ed esistenziale di Lisetta Carmi trova uno snodo determinante nel fortuito incontro avvenuto durante la notte di San Silvestro del 1965, genesi di una ricerca destinata a trasfigurare i canoni della fotografia sociale italiana. Da quel momento, l’autrice intraprende una frequentazione assidua e partecipe con la comunità dei travestiti residente nell’antico ghetto ebraico di Genova; un'immersione antropologica e umana protrattasi per anni, capace di scardinare le barriere del pregiudizio attraverso la tessitura di un legame fiduciario solido e profondamente autentico. 

Secondo Carmi, l'atto dei travestiti è una necessità vitale, sostenuta dal coraggio di sfidare una realtà quotidianamente segnata dalla violenza e dal dramma, entro una condizione di prigionia sociale ed economica. La loro femminilità impedisce di essere accettati come uomini, mentre l'anagrafe maschile preclude loro la vita come donne e rende la marginalità lavorativa una scelta obbligata. Questa esistenza è segnata da una solitudine profonda, alimentata da una società ipocrita che li desidera e li cerca nel segreto, ma li segrega e li isola pubblicamente, confinandoli in nuovi ghetti per timore di riconoscersi in loro. 

Carmi ha saputo restituire una dignità solenne a esistenze relegate ai margini della società, anticipando con decenni di anticipo le riflessioni contemporanee sull'identità di genere. Per la fotografa, osservare i travestiti significava comprendere che i confini tra maschile e femminile sono labili e spesso imposti da una tradizione autoritaria.
Nonostante l'iniziale ostracismo subìto alla sua pubblicazione nel 1972, il volume I Travestiti è oggi celebrato come un caposaldo della cultura visiva, in cui il giudizio sociale viene ribaltato per diventare un atto di rivelazione interiore: ciò che ci spaventa nell'altro è, spesso, la parte di noi che rifiutiamo di accettare. Oggi, mentre il Museo Nazionale di Fotografia (MuNaF) di Cinisello Balsamo ospita la mostra Sono le braci di un’unica stella, curata da Matteo Balduzzi, questa eredità storica si intreccia con la ricerca contemporanea di Jacopo Benassi, che nel 2015 ha ripercorso i carruggi genovesi per la serie Via del Campo, dove compaiono alcuni di quegli stessi protagonisti presenti nelle immagini di Carmi, rintracciati a distanza di cinquant'anni. Il dialogo che emerge tra le stratificazioni di queste due esperienze fa in modo che il lavoro di Benassi agisca come un reagente che attualizza la memoria storica di Lisetta, rendendo ancora più evidente la portata politica e umana del suo sguardo.  In questa prospettiva, l'opera di Carmi continua ad agire come un organismo vivo, una rivelazione necessaria che continua a interrogare il nostro presente, con temi che approfondiamo in questa intervista con Giovanna Calvenzi, testimone privilegiata della traiettoria umana e artistica dell’autrice genovese.

Il lavoro di Lisetta Carmi sulla comunità dei travestiti di Genova è oggi un pilastro importante della fotografia italiana e internazionale, ma all'epoca fu rifiutato e ritenuto troppo scandaloso. Cosa cercava Lisetta in quegli incontri e come riuscì a ottenere una confidenza così profonda da parte dei soggetti?
Nel suo libro pubblicato nel 1972 la stessa Lisetta ricorda: “Io sono entrata nell’ambiente dei travestiti per caso nel 1965 durante una festa di capodanno: li ho rivisti successivamente nella loro vita quotidiana e ho incominciato a vivere con loro e a fotografarli. Li ho subito sentiti come esseri umani che vivono e soffrono tutte le contraddizioni della nostra società come minoranza ricercata da una parte e respinta dall’altra. Non è un caso però se il mio interesse e la mia partecipazione ai loro problemi hanno creato fra me e loro una fiducia, un affetto, una comprensione che mi hanno permesso di fare questo lavoro con un rapporto che andava al di là di un normale rapporto fra fotografo e fotografati. Io stessa in quel tempo ero assillata – forse a livello inconscio – da problemi di identificazione maschile o femminile. Oggi capisco che non si trattava tanto di accettazione di uno “stato” quanto di rifiuto di un “ruolo””. È lei stessa, come sempre, a rispondere alla domanda.

Lisetta era una fotografa autodidatta. In che modo questa assenza di una formazione accademica ha favorito la creazione di un linguaggio così originale, privo di schemi precostituiti e profondamente empatico?
Tecnicamente Lisetta era autodidatta, ma in pratica era cresciuta in una famiglia nella quale la pratica fotografica era molto presente. Suo padre aveva realizzato numerosi ritratti di famiglia e suo fratello Eugenio era un eccellente fotografo e aveva addirittura la camera oscura in casa. Quando Lisetta decide di diventare fotografa è Eugenio che la manda a Berna, nello studio di un amico fotografo, Kurt Blum, per imparare a stampare e sarà sempre Eugenio che nel 1962 la farà assumere come fotografa di scena al Teatro Duse di Genova. Da subito Lisetta Carmi usa la macchina fotografica come strumento di conoscenza: non ha stimoli da flaneur (flaneuse?) ma si dà dei temi da indagare, per conoscere e conoscersi. E sceglie sempre situazioni nelle quali l’impegno civile è implicito: i bambini che giocano per la strada nel centro storico, il parto, la vita nei carrugi ma anche le fogne e quindi i lavoratori del porto.

Nelle sue ricognizioni tra i lavoratori del porto di Genova, Lisetta non si limita a documentare il lavoro, ma denuncia l'ingiustizia. Come descriveresti il suo approccio "dalla parte di chi non ha voce"? Come metteva in atto il suo impegno ideologico e puramente umano?
All’inizio degli anni Sessanta le condizioni di lavoro nel porto di Genova erano spaventose. In particolare i camalli, cioè gli scaricatori, avevano iniziato una dura lotta e Lisetta voleva essere testimone di quanto stava accadendo. Più tardi ricorderà: “I camalli salivano sulle navi-frigorifero e portavano a terra, sulle spalle, i corpi congelati degli animali, passavano dal gelo del frigorifero a un caldo torrido senza niente che li proteggesse. Mettevano degli stracci per proteggere i piedi nudi e facevano turni pesantissimi, perché nel porto si lavorava anche di notte”. Per molti mesi, accompagnata da un amico portuale, Lisetta documenta il lavoro, la vita, le attese, le fatiche di un mondo che la accetta e che la aiuta a realizzare un racconto per immagini capace di essere testimonianza e denuncia, che potesse informare e coinvolgere la città. La mostra “Genova porto: monopoli e potere operaio” verrà presentata a Genova con didascalie di Giuliano Scabia e diventerà poi itinerante in molte altre città.

Nel libro Le cinque vite di Lisetta Carmi come si conciliano la rigorosa pianista degli esordi, la fotografa degli anni Sessanta e la guida spirituale degli anni successivi? Esiste un unico nucleo identitario che tiene unite le diverse vite?
Il “nucleo identitario” è inevitabilmente Lisetta stessa. Seria, rigorosa, appassionata, lucidamente genovese. Suona il piano finché la solitudine dell’esercizio non le pesa, fotografa come impegno civile finché le esigenze spirituali diventano più importanti del lavoro, ma anche in questo caso diventare “guida spirituale” di una comunità vuol dire per lei soprattutto impegno e lavoro.

Nel 1960, Lisetta decide di abbandonare una carriera avviata nella musica per la fotografia. Quale valore politico e sociale aveva per lei questo spostamento dal salotto borghese alla strada?
Il 30 giugno 1960 la Camera del Lavoro indice uno sciopero generale contro un congresso del Movimento Sociale Italiano che avrebbe dovuto tenersi a Genova. Lisetta vuole partecipare alle manifestazioni, ma il suo maestro di piano la mette in guardia sui rischi che potrebbe correre e la invita ad astenersi. Lisetta risponde con una frase che ripeterà spesso, mostrando le mani, con una formula sempre identica: “Se le mie mani sono più importanti del resto dell’umanità allora smetto di suonare il pianoforte”. E lo farà. La sua è una decisione solo apparentemente avventata. Da tempo non era più contenta della solitudine che la vita da concertista le imponeva e il bisogno di partecipare, di condividere, di agire, stava diventando sempre più forte. 

Lisetta Carmi, Travestiti, 1965

Uno dei capitoli più celebri della sua carriera è il servizio fotografico a Ezra Pound a Rapallo nel 1966. In pochi scatti è riuscita a catturare la complessità e il tormento del controverso poeta. Come ricordava Lisetta quel breve ma intensissimo incontro?
Lo scrive lei stessa, nel 2005: “Era l’11 febbraio del 1966 quando, su invito del direttore dell’ANSA di Genova, andai a fotografare Ezra Pound. Avevo con me un negativo 400 ASA e una Leica 35 mm. Arrivammo senza sapere che Pound era solo in casa, ammalato. Al nostro bussare, dopo un lungo silenzio, fu lui stesso ad aprire la porta, poi uscì per pochi minuti e, senza dire una parola, rientrò. Nel breve lasso di tempo in cui lo ebbi dinnanzi scattai 20 fotografie. A Genova, in camera oscura, sviluppai il negativo, stampai, e la straordinarietà di quel fugace incontro mi apparve lì, sulla carta fotografica. Nelle fotografie c’era tutto quello che avevo visto in Ezra Pound. Su 20 scatti scelsi 12 fotogrammi, i più significativi per comunicare l’impressione immensa che avevo avuto del poeta. … Dalle 12 fotografie vedo ancora emergere intatti la solitudine, la disperazione, l’aggressività, lo sguardo perso nell’infinito, tutto ciò di cui è difficile dire a parole, la drammatica grandezza del poeta”. Dopo la morte di Pound, prima che la famiglia vendesse la casa di Sant’Ambrogio di Rapallo, Lisetta si recherà nuovamente a fotografare “la piccola casa in mezzo agli ulivi”. Questa volta a colori.

Lisetta ha viaggiato in diversi luoghi del mondo (Afghanistan, India, America Latina). Quale era la spinta che la portava verso l'ignoto? Cercava nuove storie da raccontare o continue risposte a domande provenienti dalla sua inquietudine interiore?
Credo siano vere entrambe le possibilità. Lisetta distribuiva le sue immagini grazie all’agenzia di Grazia Neri, ma raccontava solo storie che le interessavano.  A volte erano i giornali a proporle un tema, più spesso era lei stessa a decidere dove andare e su cosa concentrare la sua attenzione. Nei suoi ricordi di quegli anni di impegno civile non emergeva un’inquietudine, bensì la voglia di conoscere e l’intento di poter essere in qualche modo “utile” per “dare voce a chi non ne ha”, come ripeteva spesso.

Nel 1976, Lisetta smette improvvisamente di fotografare. Perché una fotografa all'apice della maturità decide di posare la macchina fotografica? C'era forse la sensazione che lo strumento non bastasse più a contenere la sua ricerca di verità?
L’abbandono della fotografia, il passaggio a una vita completamente diversa, avvengono dopo un incontro casuale con una devota di Babaji, il Mahavatar dell’Himalaya. Di fronte alla mia difficoltà di capire cosa le era successo Lisetta mi aveva chiesto: “Ma tu non credi?” e di fronte alla mia negazione aveva risposto: “Peccato” e mi aveva fatto leggere questa sua dichiarazione: “Non è facile parlare di Babaji, la Verità incarnata sulla terra, l’Amore divino che vede ciò di cui ogni anima ha bisogno, la semplicità che vive di pura essenza. Babaji Herakhan Baba ha completamente trasformato la mia vita, chiamandomi a Sé nel 1976. Si è rivelato a me come uno specchio chiaro in cui potevo vedere il mio sé più vero e profondo, mi ha dato un compito (la creazione e la guida del Suo ashram a Cisternino) che dà significato a ogni attimo di questa mia vita sulla terra”.  

L'incontro con Babaji e la fondazione dell'ashram in Puglia rappresentano l'ultima grande metamorfosi. Come ha vissuto Lisetta il passaggio dalla concretezza del fotogiornalismo alla rarefazione della spiritualità?
In realtà, pur parlando di spiritualità, Lisetta rimaneva pragmatica e concreta. Aveva seguito lei stessa la costruzione fisica dell’ashram, poi all’ashram lavorava, organizzava il lavoro altrui. Quella che lei stessa avrebbe definito “la terza vita” è stata un intrecciarsi di incontri, di viaggi, di fatica, di impegni, di amore, di magie, di sogni realizzati, di “fede”. Eppure Lisetta non domandava a nessuno di “credere”, non lo aveva chiesto neppure a me, ma da parte sua non ha mai avuto dubbi, solo certezze.

Nel libro scrivi che con lei le coincidenze e i rimandi imprevisti erano all'ordine del giorno. Puoi raccontarci qualche episodio o un intreccio "poco spiegabile" che hai vissuto durante la lavorazione di questa biografia?
L’inizio stesso della nostra relazione è qualcosa che non so spiegarmi e che continua a sembrarmi incredibile. Conoscevo il nome di Lisetta, il suo lavoro, e una sera a Milano con Gianni Berengo Gardin eravamo anche andati al cinema insieme. Ma non le avevo quasi rivolto la parola. Nel maggio 2011 mi chiama Francesca Carmi, sua nipote (che non conoscevo), che stava coordinando una mostra dal titolo Fotografi per l’acqua pubblica per raccogliere fondi per il referendum a nome del Comitato Provinciale per l’Acqua Bene Comune. All’inaugurazione della mostra incontro un’amica che mi dice di aver appena visto il film di Daniele Segre Lisetta Carmi, un’anima in cammino e che devo vederlo. Dopo un paio di giorni mentre ero in ufficio mi chiamano dalla Bruno Mondadori e mi chiedono se conosco Lisetta Carmi e se avrei voglia di scrivere un libro su di lei. Nel 2010 avevo realizzato con loro un libro su Letizia Battaglia, quindi rispondo che non la conosco personalmente ma che mi piacerebbe. Chiedo a Berengo Gardin il suo numero di telefono e la chiamo. Mi risponde che se sono amica di Berengo mi incontra volentieri. Riattacco tutta contenta e dopo cinque minuti mi telefona un amico fotografo, Toni Thorimbert, e mi dice che sta andando a Cisternino dove sua moglie ha un trullo. Rimango senza parole, poi gli dico che ho appena parlato con Lisetta Carmi, che a Cisternino vive, e che presto andrò a trovarla. Toni mi chiede il suo numero di telefono perché da tempo voleva farle il ritratto. E in agosto dello stesso anno lo fa. La incontro quindi a Milano, a casa della nipote. Poi il 15 dicembre 2011 a Cisternino inizio a registrare le lunghissime conversazioni che porteranno alla pubblicazione di Le cinque vite di Lisetta Carmi, titolo suggerito da lei stessa fin dal primo incontro. Quando ho raccontato a Lisetta tutte queste stravaganti concomitanze le ha trovate assolutamente normali.

Cosa rimane oggi del suo insegnamento alle nuove generazioni di fotografi? Il suo "sguardo empatico" può essere ancora una guida in un mondo dominato dall'iper-produzione di immagini digitali spesso prive di corpo?
Non so bene cosa rispondere. Credo che tutta la vita di Lisetta, il suo impegno umano e civile, il suo bisogno di dare voce a chi non ne ha siano il suo insegnamento. Sono cresciuta credendo che la fotografia potesse aiutare a cambiare il mondo. Mi rendo conto oggi che è il suo utilizzo che forse può fare qualcosa ma nel tempo dell’intelligenza artificiale è difficile arrivare a una conclusione della riflessione che abbia senso compiuto. Nel 1990 Lisetta era stata intervistata da Patrizia Pentassuglia per la sua tesi di laurea e aveva dichiarato: “La fotografia è per me un alto mezzo di conoscenza di noi stessi e del mondo che ci circonda. Il fotografo “cresce” facendo fotografie, impara a capirsi, a conoscere il mondo e gli esseri umani. L’amore è sempre stato la mia guida e il compagno più caro di fronte a ogni situazione; l’essenza dell’uomo, la sua gioia e la sua sofferenza, il suo lavoro, la sua capacità e la sua costanza, la bellezza della natura, l’armonia del creato. Tutto questo mi affascinava quando facevo la fotografa: la verità e la semplicità della vita”. Questo può essere considerato “un insegnamento”?

Nel tuo studio è appesa una fotografia affettuosa di Lisetta. Cosa prende corpo nei tuoi pensieri quando il tuo sguardo incrocia quell’immagine?
Un’altra stravagante concomitanza. Nel 2012 ci siamo trovate senza volerlo nello stesso posto a fare cure termali. L’ho fotografata con Gabriele Basilico. Vedo la foto appesa a un armadio tutti i giorni e Lisetta e Gabriele sono un appuntamento quotidiano.

Mauro Zanchi, 05 giugno 2026 | © Riproduzione riservata

Lo sguardo politico di Lisetta Carmi. Intervista con Giovanna Calvenzi | Mauro Zanchi

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