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Yumna Al-Arashi, «Axis of Evil I», 2024, dalla serie «Axis of Evil»

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Yumna Al-Arashi, «Axis of Evil I», 2024, dalla serie «Axis of Evil»

Negli scatti di Yumna Al-Arashi il corpo è simbolo di resistenza

Al museo Huis Marseille di Amsterdam la prima mostra monografica della fotografa yemenita-americana

Anna Aglietta

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Fino al 21 giugno il museo Huis Marseille di Amsterdam presenta «Body as Resistance» (il corpo come resistenza), la prima mostra monografica della fotografa Yumna Al-Arashi (Washington D.C., 1988). Huis Marseille, il Museo della Fotografia di Amsterdam, ha sede in un palazzo del XVII secolo, alto e stretto come la maggior parte degli edifici dell’epoca nel centro città e il percorso della mostra si sviluppa in verticale: ogni piano del museo è dedicato a un progetto di Al-Arashi. Il filo conduttore è il corpo femminile: un corpo di cui la fotografa denuncia l’oppressione da parte di un sistema patriarcale e coloniale, a cui «viene detto come muoversi, quanto rumoroso o silenzioso può essere e come dev’essere vestito», lamenta Al-Arashi. Di origine yemenita, egiziana e americana, l’artista è cresciuta negli Stati Uniti del post Torri Gemelle, target della propaganda contro i Paesi del Medio Oriente portata avanti dal governo Bush. Durante una breve carriera da fotogiornalista diventa cosciente del potere della fotografia sull’immaginario collettivo e del suo impatto, soggettivo, nella nostra percezione della società. Inizia così un graduale allontanamento dalla fotografia documentaria, in favore di progetti più concettuali e politici, con i quali Al-Arashi si riappropria della propria femminilità e delle proprie tradizioni. Il risultato è un mix eclettico di immagini che sono al contempo ironiche, provocatorie, poetiche e aggressive.

Ad aprire il percorso espositivo, ad esempio, c’è «I Am Who I Am Who Am I» (2018), progetto di cui fa parte l’immagine della donna con il burqa e un cappello di frutta scelta per rappresentare la mostra. Scattata in Yemen, la serie ridicolizza la tendenza umana a classificare in maniera sommaria «l’altro»: con la semplice composizione di «I Am Whoever You Want Me To Be», Al-Arashi rievoca contemporaneamente l’attrice sudamericana Carmen Miranda, che venne trasformata in una caricatura da Hollywood per i suoi cappelli tradizionali, e lo stereotipo della donna araba con il burqa (un capo che, nella cultura yemenita, è completamente assente). Le false aspettative imposte dalla società sono ancora il tema del dittico del 2020 «Axis of Evil»: quattro donne di altrettanti Paesi cosiddetti «stati canaglia» (Iran, Yemen, Afghanistan e Iraq) sembrano sfidare lo spettatore a criticarne l’aspetto e la non-appartenenza in una società in cui la diversità fisica e il colore del passaporto risultano un’etichetta indelebile. Di identità si parla anche nel progetto pluriennale e multimediale «Aisha», un tentativo di rimediare al potere della fotografia di riscrivere la storia coloniale. Ispirata dai tatuaggi facciali della nonna yemenita, non visibili nelle poche fotografie superstiti della donna, Al-Arashi ha viaggiato in Nord Africa per anni per documentare il significato e le tradizioni dei tatuaggi in diverse comunità, ma anche lo stigma e la vergogna spesso associati alla pratica. In maniera provocatoria, di protesta contro la violenza della rappresentazione selettiva, nel libro che accompagna il progetto (Aisha, 2024) Al-Arashi include tutte le immagini scattate, anche quelle sfocate, incomplete, venute male. Il film proiettato nella sala è invece un «archivio d’amore», verso sua nonna e tutte le donne che l’hanno accolta e hanno condiviso le proprie esperienze.

Il percorso espositivo di Huis Marseille continua attraverso un giardino di sculture, fino a un gazebo in cui è Al-Arashi stessa il soggetto delle foto esposte. In «Let Me In» (2024) la fotografa posa nuda insieme alle statue di donne senza nome, dimenticate, della città di Zurigo: «Queste sculture sono spesso intitolate “Mädchen”, ragazza, e sono state realizzate da uomini. […] Ho sentito che, in qualche modo, le ho aiutate immortalandomi accanto a loro in un’immagine. Questo è il mio modo di mostrare solidarietà nei loro confronti». Salendo al primo piano, invece, si arriva in una sala dai colori caldi, accentuati da decorazioni rosse e dorate e dagli affreschi del soffitto, che ben accompagnano l’atmosfera di quiete degli scatti di «Shredding Skin» (2017): le immagini della serie, ritratti di Al-Arashi in un Amman di Beirut con le amiche, evocano uno spazio sacro, in diretto contrasto con lo stereotipo occidentale dei bagni arabi, visti come luoghi erotici e sensuali.

Nel video che accompagna il progetto, Al-Arashi si rivolge direttamente allo spettatore bianco: «Vedi davvero una tale differenza tra me e te? […] Stiamo cercando la nostra pelle, così ricca sotto tutto quello che ci hai pigramente associato. Vedi in maniera più chiara adesso?». Sono autoritratti anche le quattro fotografie di «Tears for the Future» (2025) che chiudono la mostra. Disposte a banderuola, sono composizioni simboliche guidate dai punti cardinali verso cui sono orientate: se ad Ovest Al-Arashi piange la violenza del mondo, nell’Est balla in libertà; nel Sud, l’erotismo è una forza creativa che al Nord diventa fonte di umore e ironia. Con questi quattro scatti, Al-Arashi ci propone la sua interpretazione alla domanda: «Dove si trova l’artista in questo momento come persona e come creatrice?».

Yumna Al-Arashi, «I Am Whoever You Want Me to Be», 2018, dalla serie «I Am Who I Am Who Am I»

Anna Aglietta, 10 marzo 2026 | © Riproduzione riservata

Negli scatti di Yumna Al-Arashi il corpo è simbolo di resistenza | Anna Aglietta

Negli scatti di Yumna Al-Arashi il corpo è simbolo di resistenza | Anna Aglietta