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Obey, «Peace Fingers with Poppies», 2023

© Obey Giant Art Inc. Foto Jon Furlong

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Obey, «Peace Fingers with Poppies», 2023

© Obey Giant Art Inc. Foto Jon Furlong

Obey alle Gallerie d’Italia-Napoli: «La mia contronarrazione fa la differenza»

Nell’istituzione di Intesa Sanpaolo viene presentato il nuovo progetto espositivo di Shepard Fairey: oltre 130 opere tra inediti, pezzi unici e lavori a tiratura limitata

Olga Scotto di Vettimo

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«Obey: Power to the Peaceful» è il titolo del nuovo progetto espositivo di Shepard Fairey, in arte Obey, che inaugura il 5 maggio alle Gallerie d’Italia-Napoli, in collaborazione con il Comune di Napoli e a cura di Giuseppe Pizzuto (catalogo Allemandi). Attraverso oltre 130 opere, tra inediti, pezzi unici e lavori in tiratura limitata, la mostra, visitabile fino al 6 settembre, affronta alcuni nodi cruciali del presente, dalle tensioni tra guerra e pace a quelle tra giustizia e disuguaglianza. Noto internazionalmente anche per «Hope», manifesto che riproduce il volto stilizzato di Barack Obama, Fairey (South Carolina, Stati Uniti, 1970), ha costruito un lessico visivo immediatamente riconoscibile, capace di rielaborare i codici della propaganda come strumenti di critica e consapevolezza politica. Come sottolinea Michele Coppola, Executive Director Arte, Cultura e Beni Storici di Intesa Sanpaolo e Direttore Generale delle Gallerie d’Italia, il progetto invita a riflettere sul potere trasformativo delle immagini e sulla loro capacità di attivare nuove consapevolezze collettive. Abbiamo intervistato l’artista.

Il titolo della mostra mette in tensione due parole chiave della sua ricerca: potere e pace. In un presente segnato da guerre, polarizzazione e propaganda, che cosa può ancora fare un’immagine per non limitarsi a commentare il conflitto, ma per produrre consapevolezza?
Penso sempre che offrire una contronarrazione emotivamente potente possa innescare una reazione a catena capace di fare una grande differenza. Questa reazione comincia dal singolo spettatore, che grazie a un’immagine è spinto a pensare diversamente, e poi ad agire, a rivolgersi agli altri, e così via. Il commento, da solo, non cambia la cultura, ma può piantare i semi di un cambiamento futuro, fissando nuovi parametri e continuando a operare come punto di riferimento capace di rafforzarli.

Obey, «3 Face Icon Teal 2», 2023. © Obey Giant Art Inc. Foto Jon Furlong

Obey, «Obama Hope», 2008. © Obey Giant Art Inc. Foto Jon Furlong

Una parte importante del suo lavoro si confronta con i codici della persuasione visiva. Questa mostra intende anche smontare la propaganda dall’interno. Quali nuclei di opere lo rendono più evidente?
Il mio lavoro utilizza molte strategie visive proprie della propaganda, ma in modo trasparente e consapevole, per spingere le persone a prendere posizione sulla base della compassione e dell’uguaglianza, invece di allinearsi passivamente a un disegno autoritario, come accade nella maggior parte della propaganda. Spero sempre, se non altro, che il mio lavoro induca a interrogarsi sulla finalità che sottende qualsiasi opera o messaggio con cui ci si confronta, e sul fatto che quegli strumenti di persuasione meritino di essere messi in discussione, per quanto seducenti possano risultare. Quasi tutte le opere orientate al messaggio rientrano in questa categoria. Le uniche immagini che oggi, secondo la definizione più comune, potrebbero forse essere considerate propaganda sono quelle più decorative, dedicate alla pace e all’armonia, come i mandala, anche se, ai miei occhi, promuovono la pace in una forma più sommessa.

Che cosa cambia quando un linguaggio visivo, concepito originariamente per interrompere il flusso dello spazio urbano, entra nel contesto istituzionale del museo? In che modo è mutata, dagli esordi a oggi, la sua comprensione del rapporto tra immagine, attivismo e spazio pubblico?
Dal punto di vista estetico, il mio lavoro funziona in molti degli stessi modi, sia in strada sia sulle pareti di una galleria o di un museo. Naturalmente, contesti differenti comportano considerazioni differenti: nello spazio urbano servono forza e immediatezza, data la velocità con cui tutto scorre nello spazio pubblico e il fatto che l’opera possa non durare a lungo e quindi non richieda necessariamente un dettaglio minuzioso. In galleria o in museo, invece, posso dedicare più tempo alla costruzione di superfici stratificate e sofisticate, che chiedono allo spettatore di avvicinarsi e soffermarsi sui dettagli. Detto questo, la forza primaria dell’opera, il suo essere incisiva e leggibile anche da lontano, resta la stessa, sia in strada sia in galleria. Non ho mai pensato alla mia pratica artistica come a qualcosa confinato in un solo ambito; ho sempre voluto raggiungere le persone attraverso il maggior numero possibile di luoghi e piattaforme. Ciò che mi distingue dalla maggior parte degli artisti è il fatto che utilizzo con regolarità lo spazio più democratico della strada e non soltanto gallerie e musei. Nel corso degli anni la mia comprensione di come far funzionare visivamente il lavoro e di come metterlo al servizio di un messaggio si è fatta più sofisticata, ma, in termini generali, ho sempre saputo che la strada porta con sé un senso di ribellione, perché l’arte nello spazio urbano interrompe il consueto flusso dell’informazione, che quasi sempre procede dall’alto verso il basso e non viceversa.

Torna a Napoli dopo la mostra al Pan del 2014-15. C’è qualcosa, nella cultura visiva napoletana, che sente particolarmente vicino alla sua pratica artistica?
Napoli offre una combinazione visiva entusiasmante, che va dal caotico all’elegante. È un luogo eclettico, ricco di una storia straordinaria, ma anche profondamente vitale che apprezzo molto. Il mio lavoro trae ispirazione da elementi appartenenti tanto alla cultura alta quanto a quella bassa, a seconda di chi guarda e di come definisce queste categorie; per questo la mescolanza di Napoli si accorda molto bene con la mia sensibilità e non vedo l’ora di assorbirne ancora di più.

Shepard Fairey, 2024. © Jeffrey Rovner

Olga Scotto di Vettimo, 05 maggio 2026 | © Riproduzione riservata

Obey alle Gallerie d’Italia-Napoli: «La mia contronarrazione fa la differenza» | Olga Scotto di Vettimo

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