Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Monica Trigona
Leggi i suoi articoli«Tutti giù per terra» è la prima mostra museale nel Nord Italia, prodotta da E3 Arte Contemporanea, allestita al MO.CA – Centro per le Nuove Culture di Brescia, dedica a Paolo Canevari (fino al 19 aprile). Il percorso, curato da Ilaria Bignotti e Camilla Remondina e in collaborazione con il Comune di Brescia, costruisce un attraversamento antologico che insiste su una grammatica della materia come forma di pensiero, dove la scultura diventa memoria incarnata e residuo di un mondo in frizione. All’interno delle sale dell’Appartamento nobile e dello Spazio espositivo del centro l’opera del talentuoso artista romano si dispone come un campo di tensioni fisiche e simboliche: pneumatici, camere d’aria, gomma industriale, carta stampata, specchi e materiali organici della modernità industriale condensano storie collettive. In questo senso, la lettura proposta dalla mostra si innesta coerentemente con una linea critica già tracciata da Germano Celant per cui la materia non è mai neutra ma sempre «carne» del mondo, residuo sensibile e politico. L’apertura nell’appartamento nobile affrescato è affidata a «Hanging Around» (2008), dove una struttura lignea e metallica sospende uno pneumatico come in un altare rovesciato. L’oggetto più quotidiano dell’immaginario suburbano, sorta di altalena improvvisata, viene risucchiato in una dimensione ambigua che lo trasforma in dispositivo di condanna. Il gioco linguistico del titolo, tra «bighellonare» e «impiccare», produce un cortocircuito semantico che attraversa tutta la ricerca dell’artista. Per quest’ultimo la leggerezza non è mai innocente ma sempre già esposta alla sua controparte tragica. Se «Hanging Around»» introduce una grammatica della sospensione, «Mamma» (2000) ne ribalta il paradigma verso una logica dell’origine.
Paolo Canevari, «Bucranio», 2006. Courtesy dell’artista
Paolo Canevari, «Landscape», 2005. Courtesy dell’artista
La camera d’aria, forzata nello stipite di una porta, diventa qui soglia anatomica e simbolica insieme. L’opera, che rimanda alla nascita dell’artista, avvenuta in un ascensore a Roma, si configura come un orifizio monumentale, una membrana che trattiene e separa, che genera e ostruisce. La possibilità di una doppia visione nello spazio espositivo rafforza questa condizione: l’opera non si lascia mai fissare in una sola prospettiva, ma insiste sulla duplicazione percettiva come condizione della coscienza contemporanea. Con «Constellations (Monumenti della memoria)» (2018), Canevari apre invece una deriva cosmologica. La gomma industriale, superficie opaca e terrestre, accoglie perle che si dispongono come costellazioni. Ciò che è alto diventa basso, ciò che è celeste si deposita a terra. La verticalità dell’immaginario viene così disinnescata in favore di una cosmologia orizzontale dove la materia terrestre e quella celeste si rispecchiano senza gerarchie. In «Landscape» (2005), presentata per la prima volta alla Johannesburg Art Gallery nel 2003, emerge invece una dimensione più spiccatamente politica. La bandiera statunitense avvolge una struttura di bidoni e pneumatici, trasformandosi in sudario dell’industria fossile. Il dispositivo scultoreo assume la forma di un feretro simbolico: il petrolio come asse invisibile della modernità occidentale si materializza in un paesaggio di scarti e combustioni latenti. Ancora più esplicita nella sua densità storica è «Bombs» (1999), installazione che stratifica memoria personale e cronaca geopolitica. Se nella sua prima versione i quotidiani riportavano i bombardamenti su Belgrado, nella versione bresciana i fogli del settimanale Il Mondo del 1963, anno di nascita dell’artista, trasformano il dispositivo in un archivio ibrido. La carta stampata diventa pelle del tempo mentre le forme in gomma evocano una grammatica della violenza che non appartiene mai a un solo presente. La tensione verso l’invisibile raggiunge il suo apice in «Materia oscura» (1990–2026), dove la gomma industriale si trasforma in panneggio barocco, massa che cela e insieme rivela un volume impenetrabile.
L’opera non mostra ma sottrae e, in questa sottrazione, si apre una dimensione quasi metafisica in cui la materia diventa soglia opaca del visibile, «oscura» perché eccedente rispetto alla percezione. «Wanderer (Infinite Ways)» (2002) chiude il percorso come sintesi mobile dell’intero sistema Canevari. Lo pneumatico specchiante, raddoppiato in un’immagine che ricorda l’infinito, produce una figura di transito (metafora dell’artista viaggiatore). Qui la riflessione sull’identità si dissolve in un movimento perpetuo dove l’opera attiva una condizione mentale. Infine, la serie pittorica in fieri, «Monumenti della memoria» occupa lo Spazio espositivo. Realizzati con olio motore esausto su vari supporti cartacei, questi dipinti esprimono tutto il dissenso dell’autore per la deriva comportamentale dell’uomo nei confronti dell’ambiente. La memoria, labile, corta, talvolta volutamente selettiva, appare evocata da superfici scure e da macchie che su di esse si propagano. Sono qui presenti, inoltre, opere pittoriche e scultoree realizzati con gomme di camere d’aria, pneumatici ed altri materiali tipicamente utilizzati dall’artista e che ne ripercorrono la lunga ricerca. Nel complesso, il percorso espositivo si presenta come un dispositivo curatoriale che non celebra soltanto la produzione di Canevari ma la mette in tensione, insistendo sulla dimensione terrestre, materiale, quasi archeologica della sua ricerca. Come sottolinea Canevari stesso, l’opera non è mai oggetto stabile ma memoria in transito: ciò che resta non è la forma ma l’impatto percettivo, il residuo emotivo.