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Dean Chalkley, «The White Stripes»

© Dean Chalkley

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Dean Chalkley, «The White Stripes»

© Dean Chalkley

Per Exposed istituzioni, luoghi indipendenti e snodi urbani dialogano con Torino

La terza edizione della grande kermesse non è una somma di mostre, ma uno spazio di relazioni attraverso la fotografia di ieri e di oggi

Torino è una città grande, il che è naturalmente un vantaggio, ma per un festival può anche diventare un problema. Se le mostre sono troppo disperse nello spazio urbano, il rischio è che il pubblico le percepisca come eventi isolati. Un festival, invece, funziona davvero quando le persone si incontrano, altrimenti si tratta più semplicemente di una serie di mostre sparse. Per questo con la terza edizione di EXPOSED nasce il Miglio della Fotografia: un’area della città diventa il cuore della manifestazione. Una zona abbastanza ampia, ma riconoscibile, in cui si possa passare facilmente da una sede espositiva all’altra. È una delle grandi novità della terza edizione della grande kermesse dedicata alla fotografia, visibile dal 9 aprile al 2 giugno. Diretta, per la prima volta, da Walter Guadagnini, la manifestazione è promossa dalla Cabina di Regia della quale fanno parte Città di Torino, Regione Piemonte, Camera di commercio di Torino, Fondazione Compagnia di San Paolo, Fondazione CRT in sinergia con Fondazione Arte CRT e Intesa Sanpaolo, e coordinata da Fondazione per la Cultura Torino, la terza edizione di EXPOSED, curata e realizzata da CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia, intende dunque evidenziare e rafforzare la vocazione di Torino come città della fotografia. Il Miglio non è qui una misura precisa, né un percorso rigidamente definito, ma una porzione centrale della città in cui si concentrano alcune delle mostre principali del festival, non solo nelle sedi espositive, ma anche nelle strade e nelle piazze. Attorno a questo nucleo si sviluppano poi altre sedi espositive, distribuite in diversi punti della città e raggiungibili anche con i mezzi o in automobile. 

Il pubblico è così invitato non solo a visitare mostre, ma anche a cercare la fotografia nella città, attraversando Torino alla scoperta di immagini, luoghi e progetti diversi. La città sabauda, infatti, conta un numero di istituzioni dedicate alla fotografia raro nel panorama italiano, da CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia alle Gallerie d’Italia – Torino. La terza edizione del festival presenta diciotto mostre tra progetti indoor e interventi nello spazio pubblico, concepite come esposizioni articolate e non come semplici selezioni di immagini: percorsi ampi che permettono di entrare nel lavoro degli autori e nel dialogo tra fotografia storica e contemporanea.

Walter Pfeiffer, «Untitled», 2012, da «I Tuffatori». © Walter Pfeiffer / New Art Corps

CAMERA • Toni Thorimbert

via delle Rosine 18

Attivo dalla fine degli anni Ottanta, Thorimbert è una delle figure più riconoscibili della fotografia italiana contemporanea, capace di muoversi con naturalezza tra editoria, ritratto e fotografia di moda. Il suo lavoro si distingue per un approccio diretto alla costruzione dell’immagine, in cui la dimensione psicologica del soggetto e la precisione della messa in scena convivono con una forte attenzione alla luce e alla composizione. Nel corso della sua carriera ha realizzato ritratti che sono diventati parte dell’immaginario visivo della cultura italiana, collaborando con riviste, case di moda e istituzioni culturali, ma mantenendo sempre un nucleo di ricerca personale legato al tema dell’identità e della presenza del corpo davanti all’obiettivo.

Nata da un’idea di Luca Beatrice, la mostra riunisce oltre sessanta fotografie dedicate alla figura femminile, un tema che attraversa in modo continuo il lavoro di Thorimbert. Attrici, musiciste, artiste e intellettuali compaiono accanto a donne lontane dal sistema dello spettacolo o della cultura, costruendo nel tempo una sorta di atlante visivo del ritratto femminile. Dalla ritrattistica editoriale alla fotografia di moda fino alle immagini più intime e private, Thorimbert mette in scena un confronto costante tra dimensione pubblica e dimensione personale, tra la costruzione dell’immagine e la possibilità di restituire qualcosa di più fragile e immediato dello sguardo. Nel percorso espositivo emergono così volti e corpi che non sono solo soggetti fotografati, ma presenze con cui il fotografo instaura un rapporto diretto, spesso sospeso tra posa e rivelazione. Le fotografie esposte coprono un arco temporale di oltre trent’anni. Al centro del percorso espositivo due immagini personali, il ritratto della madre e della figlia del fotografo, riassumono il senso della mostra, che fa della fotografia uno luogo di incontro tra esperienza personale e ricerca estetica.

Yorgos Lanthimos, «Poor Things». Courtesy Yorgos Lanthimos studio. © Yorgos Lanthimos

Cripta di San Michele • Yorgos Lanthimos

piazza Cavour

La sala interrata della Chiesa di San Michele Arcangelo, progettata e costruita tra il 1784 e il 1789 da Pietro Bonvicini e collocata di fronte a CAMERA, ospita la mostra dedicata al regista greco Yorgos Lanthimos. Noto soprattutto per il suo lavoro nel cinema, Lanthimos presenta qui una parte meno nota della sua pratica artistica: la fotografia. Le immagini nascono in parte nel contesto creativo dei suoi film più recenti, «Poor Things» e «Kinds of Kindness», ma non sono fotografie di scena né materiali di backstage, piuttosto un corpus autonomo di ulteriore costruzione visiva. Conservando la composizione rigorosa dell’inquadratura, l’attenzione alla luce e la costruzione di situazioni sospese, spesso attraversate da una sottile tensione psicologica, gli scatti esposti creano spesso situazioni di forte straniamento. I soggetti appaiono immersi in ambienti quasi irreali, costruiti con una grande attenzione alla luce e alla composizione. In molti casi si tratta di figure immobili, isolate nello spazio, che trasformano l’immagine in una sorta di teatro psicologico. La fotografia è per Lanthimos un terreno parallelo al cinema, in cui sviluppare gli stessi nuclei tematici – il controllo del corpo, l’ambiguità dello sguardo, il rapporto tra naturalezza e messa in scena – ma in una forma più concentrata e silenziosa. Ogni immagine funziona come una scena congelata, un frammento di racconto che mantiene la tensione visiva e concettuale del suo linguaggio cinematografico, liberandosi dalle esigenze narrative del film.

Museo Regionale di Scienze Naturali • Bernard Plossu

via Accademia Albertina 15

L’81enne autore francese Bernard Plossu, tra i più importanti fotografi europei della sua generazione, ha costruito nella sua carriera un rapporto intenso con l’Italia fin dagli anni Settanta, facendone un luogo privilegiato di osservazione e di esperienza visiva. Le fotografie esposte, realizzate tra gli anni Ottanta e i primi anni Duemila durante numerosi soggiorni nelle piccole isole italiane, nascono da un modo di fotografare fondato sulla lentezza e l’attenzione ai dettagli. Plossu non cerca l’immagine spettacolare o il paesaggio iconico, si concentra su frammenti di realtà quotidiana, atmosfere, passaggi di luce, presenze minime e momenti di sospensione. Una strada deserta, un profilo di costa, una casa isolata o una figura che attraversa il campo visivo bastano a costruire immagini che sembrano emergere da un tempo dilatato, quasi contemplativo. La sua è una fotografia essenziale e profondamente personale, in cui il paesaggio diventa uno spazio di memoria e di esperienza. Le isole italiane, con il loro ritmo lento e la loro dimensione marginale sono per lui un laboratorio visivo in cui osservare il rapporto tra il tempo, la luce e la presenza umana nel paesaggio.

Claudia Amatruda, «Untitled 01#. When you hear hoofbeats think of horses, not zebras», da «Futures». © Claudia Amatruda

Gallerie d’Italia-Torino • Diana Markosian

piazza San Carlo 156

Fotografa trentasettenne di origine armena e cittadinanza americana, Diana Markosian è tra le voci più interessanti della fotografia contemporanea. Il lavoro nasce da una vicenda personale e prende forma come un racconto visivo sulla memoria e sul sentimento della sostituzione all’interno di una relazione. 

Circolo del Design • Dean Chalkley

via San Francesco da Paola 17

Fotografo britannico molto legato alla scena musicale e alla cultura pop, espone tre serie di diversi momenti della sua ricerca. Il primo è dedicato alla scena musicale inglese tra gli anni Ottanta e Novanta e include ritratti di figure iconiche come Amy Winehouse, gli Oasis e i White Stripes. Le immagini restituiscono l’energia e la spontaneità di quel mondo, con un linguaggio diretto e immediato che cattura la relazione tra performer, pubblico e atmosfera dei concerti. Accanto a questi ritratti il progetto «Never Turn Back» segue il viaggio di un gruppo di giovani lungo la costa di Norfolk: uno sguardo più intimo e osservativo dove le fotografie alternano momenti di movimento e pause contemplative, restituendo il senso di libertà e di sospensione dei viaggi giovanili. La serie «Back in Ibiza» racconta invece l’isola negli anni della sua esplosione culturale: un ritratto vivido di un luogo e di un momento storico in cui musica, club culture e identità giovanile si condensano in un’atmosfera elettrica.

Wilhelm von Gloeden, «Fauno, Taormina», 1890-1900 ca. Archivi Alinari, Firenze. © Wilhelm von Gloeden

Museo Nazionale del Risorgimento Italiano • Paola Agosti

piazza Carlo Alberto 8

Intitolato «Viva le donne! Il femminismo nelle fotografie di Paola Agosti», il progetto riporta l’attenzione su una stagione fondamentale della fotografia italiana, quando l’immagine diventa strumento di testimonianza e partecipazione politica. Il lavoro documenta il movimento femminista italiano degli anni Settanta: cortei, assemblee, incontri e momenti di vita quotidiana legati alle mobilitazioni per i diritti delle donne, dalle campagne per il divorzio, culminate nel referendum del 1974, alle mobilitazioni per la legalizzazione dell’aborto, che porteranno all’approvazione della legge 194 nel 1978. Non solo immagini di manifestazioni pubbliche, ma anche spazi più intimi e momenti di confronto tra le protagoniste di quelle lotte. Circa ottanta fotografie vintage in bianco e nero insieme a materiali d’archivio restituiscono un racconto vivido di una fase decisiva della storia italiana, raccontando sia l’energia di un movimento sociale sia il modo in cui la fotografia ha contribuito a costruirne la memoria visiva.

Archivio di Stato • Belloc, Von Gloeden, Mollino

piazza Castello 209

Un dialogo fra tre autori molto diversi per epoca e linguaggio: Auguste Belloc, fotografo francese attivo a metà dell’Ottocento, noto per i suoi studi fotografici del nudo femminile, Wilhelm von Gloeden, aristocratico tedesco trasferitosi a Taormina alla fine del XIX secolo, celebre per le immagini di giovani modelle immerse nel paesaggio siciliano, e Carlo Mollino, architetto e designer torinese, tra le figure più originali della cultura italiana del Novecento, che sviluppò negli ultimi anni della sua vita una serie di celebri Polaroid dedicate al nudo femminile.

Toni Thorimbert, «Janice Ragain, Los Angeles», 1988. © Toni Thorimbert

Archivio di Stato • Ralph Gibson

piazza Castello 209

Sempre all’Archivio di Stato è ospitata la mostra «Self Exposed», dedicata a uno dei grandi maestri della fotografia americana, Ralph Gibson. Sono esposte circa settanta fotografie che attraversano più di cinquant’anni di attività. Il percorso parte dagli esordi degli anni Sessanta tra San Francisco e New York, passano per la stagione della celebre Trilogia nera, fino ai lavori più recenti. Tra gli aspetti più interessanti del lavoro di Gibson l’utilizzo del dettaglio e della composizione per costruire immagini cariche di tensione simbolica. Nei suoi scatti frammenti di corpi, oggetti e architetture diventano elementi di una narrazione visiva da completare con la propria immaginazione. Gibson ha lavorato più volte in Italia e alcune delle fotografie in mostra sono state realizzate a Torino.

Sedi varie • Metamorphosis

Muchomas! (corso Brescia 89), 

Witty Books (via Galliari 16/a), Almanac (corso Novare 39), Studio Quartz (via Giulia di Barolo 18/d), Cripta 747 (via Goilitti 32/c), 

Jest (via Galliari 15/d)  

È la sezione del festival dedicata alla fotografia emergente. Un progetto nato dalla collaborazione con la piattaforma europea FUTURES Photography, per collegare il festival torinese a una rete internazionale di ricerca artistica. Sei gli autori: Claudia Amatruda, Máté Bartha, Benedetta Casagrande, Anna Orlowska, Ada Zielinska, Yana Wernicke, con i lavori esposti in un formato diffuso per rafforzare il dialogo tra istituzioni e realtà indipendenti, rendendo il festival più dinamico. Una sezione essenziale per l’equilibrio di un festival che accanto ai grandi autori e alle istituzioni si apre alla fotografia emergente, alle nuove generazioni e a linguaggi più sperimentali. I progetti attraversano infatti approcci diversi, dalla fotografia documentaria alla costruzione narrativa, alle pratiche che legano immagine, archivio e ricerca concettuale raccordando nuovi sguardi e nuove forme di racconto con il resto del festival.

Paola Agosti, «Manifestazione davanti al Tribunale per il processo ai violentatori di Claudia Caputi, Roma», 1977. © Paola Agosti

Jenny Dogliani, 09 aprile 2026 | © Riproduzione riservata

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