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Nicola Davide Angerame
Leggi i suoi articoliHito Steyerl è da diversi anni una delle artiste più influenti e incisive sulla scena internazionale. La sua opera, tra installazioni, film e testi critici, indaga con lucidità teorica e visione poetica i nodi più urgenti del nostro tempo. Mentre la Fondazione Prada, negli spazi di Osservatorio nella Galleria Vittorio Emanuele II a Milano, accoglie fino al 31 agosto «The Island», la nuova e importante mostra, l’editore indipendente Timeo distribuisce in Italia Medium Hot. Intelligenza Artificiale e immagini ai tempi del riscaldamento globale, un saggio che annoda riflessione filosofica, storia dell’immagine e critica dei media nel contesto dell’Intelligenza Artificiale e della crisi climatica. In 230 pagine dense e creative Steyerl scandaglia il «pandemonio dell’era dell’Intelligenza Artificiale». Nata a Monaco di Baviera nel 1966, l’artista di origini nippotedesche ha studiato all’Academy of Visual Arts di Tokyo e alla University of Television and Film di Monaco, conseguendo un dottorato in Filosofia presso l’Academy of Fine Arts di Vienna. Vive e lavora a Berlino, dov’è docente e teorica, sensibile al rapporto tra arte, tecnologia e politica. La sua carriera attraversa una vasta geografia istituzionale, dalle biennali ai grandi musei d’arte contemporanea, e s’intreccia con un’attività di insegnamento e ricerca in importanti accademie e centri di studi europei. L’abbiamo intervistata.
Questa lotta titanica tra l’essere umano e la macchina sembra aver raggiunto un punto di svolta con la nascita e la diffusione dell’Intelligenza Artificiale.
Il momento è cruciale, siamo alla quarta rivoluzione industriale e, come tutte le precedenti, comporterà sconvolgimenti profondi. Quanto lontano potrà spingersi è però difficile da dire. Oggi è complicato prevedere qualsiasi cosa.
Le macchine possono generare amore?
Possono imitarla molto bene, al punto che alcune persone si innamorano dei chatbot, quindi potremmo dire che il test di Turing delle emozioni è stato superato. Ma in un senso umano, davvero significativo, probabilmente no. Detto questo, il futuro resta imprevedibile.
Lei lavora con il cinema e con le immagini in movimento. Come valuta, a distanza di anni, un film profetico come «Matrix»?
Mi è sempre piaciuto, anche per ragioni visive. Le scene di arti marziali, l’uso del bullet time, le riprese con dozzine di camere disposte intorno ai corpi. Ma ciò che appare profetico è l’idea dell’essere umano come fonte di energia per il sistema. Nel film gli esseri umani sono «spremuti», ridotti a batterie. Oggi accade qualcosa di simile, sotto forma di attenzione, dati, presenza continua: l’energia umana viene costantemente immessa in macchine che dipendono da essa su più livelli.
Da filosofa e teorica della tecnologia, come pensa oggi la nozione di «umano»?
È una questione complessa, storicamente affrontata definendo l’umano attraverso il subumano, l’animale, l’alieno, l’altro. Oggi potremmo aggiungere l’Intelligenza Artificiale a questo elenco. Ma forse il modo più produttivo di pensare l’umano è considerarlo un progetto incompiuto, che non ha bisogno di una definizione poiché ciò implica un processo di riduzione con l’esclusione di ciò che non rientra nei confini stabiliti. Finché l’umano resta un processo di trasformazione, in senso storico, culturale e politico, esiste ancora un «progetto umano». A condizione di accettare che non sarà mai completo.
Hito Steyerl, «The Island», 2025, Milano, Osservatorio Fondazione Prada. Foto: Andrea Rossetti. Courtesy of Fondazione Prada. Courtesy dell’artista, Fondazione Prada, Andrew Kreps Gallery, New York ed Esther Schipper, Berlin/Paris/Seoul
Se non è prevedibile, è almeno immaginabile il mondo tra dieci o trent’anni?
Se le dinamiche attuali si intensificheranno, vedremo crescere la multipolarità, la frammentazione e la polarizzazione, cose che però non possiamo dare per scontate.
L’arte può fare qualcosa in questo scenario? Può ancora «salvare» il mondo?
Può provarci, e probabilmente lo farà, anche alleandosi con le macchine. Ma è improbabile che l’arte, da sola, possa risolvere qualcosa. Può però indicare spazi ancora aperti, zone in cui è possibile immaginare e agire diversamente. Allo stesso tempo, però, l’arte può anche allearsi con i nuovi re, con gli oligarchi, con i nuovi signori feudali.
Come docente, che cosa osserva nelle nuove generazioni, che cosa stanno cercando?
In molti vogliono ancora studiare arte, il che implica un gesto di fiducia e ottimismo. L’arte continuerà a esistere per i prossimi trent’anni, forse cinquanta, ma non sempre so cosa consigliare loro. Molti non sembrano ancora pienamente consapevoli dei cambiamenti radicali e drammatici che attraverseranno il mondo dell’arte nei prossimi anni e di cui saranno parte attiva.
Sono ormai generazioni totalmente digitalizzate?
Non del tutto, anzi, tra i giovani della generazione Alpha (i nati dopo il 2010, Ndr), percepisco una reazione forte contro l’eccesso digitale. Tra gli studenti d’arte c’è un desiderio crescente di lavorare con le mani, di fare esperienze materiali, di stare con altri corpi nello spazio.
In questo scenario, che ruolo può avere l’estetica, intesa come filosofia della percezione e del sentire?
In teoria, può avere un ruolo fondamentale, perché è uno spazio di negoziazione del senso comune, del gusto e di ciò che Hannah Arendt chiamava il mondo comune. Il problema è dove questa negoziazione possa ancora avvenire, in quali luoghi condivisi. Funziona ancora nelle istituzioni, forse anche nello spazio pubblico, ma non sappiamo per quanto. È possibile che serva una ridefinizione dell’estetica stessa, delle sue categorie storiche nate tra l’Illuminismo e il Novecento, e del suo rapporto con la politica.
Le tecnologie contemporanee, dall’IA al quantum computing, sono davvero strumenti neutrali o sono diventate altro?
Sono strumenti, ma che appartengono a qualcuno. Il problema è il monopolio. Possiamo usarli, ma in realtà stiamo migliorando strumenti che non possediamo e che non controlliamo. È una situazione simile a quella emblematica dei trattori John Deere: i contadini scoprirono di non essere proprietari delle loro macchine, ma di dover pagare per usarle. Oggi accade qualcosa di analogo, non controlliamo questi strumenti, sono loro a controllare noi.
Hito Steyerl, «The Island», 2025, Milano, Osservatorio Fondazione Prada. Foto: Andrea Rossetti. Courtesy of Fondazione Prada. Courtesy dell’artista, Fondazione Prada, Andrew Kreps Gallery, New York ed Esther Schipper, Berlin/Paris/Seoul
Che ruolo attribuisce oggi alla cultura hacker? È ancora una forza antagonista o è stata assorbita dal sistema?
Per molto tempo hanno avuto un vantaggio perché appartenevano a una cerchia ristretta di persone capaci di scrivere codici e di accedere ai sistemi. Ma oggi questa competenza viene sempre più automatizzata. I primi a essere colpiti dall’IA sono proprio i programmatori, che perdono quella posizione di leva che li rendeva strategici.
Che cos’è, allora, per lei l’IA, è davvero un’intelligenza?
Al momento è una grande macchina statistica, estremamente efficace nel riconoscere schemi e nel processare enormi quantità di dati. Questo va riconosciuto. Per tutto il resto, vedremo.
Potrà un giorno sostituire l’intelligenza umana?
Dipende da che cosa intendiamo per intelligenza. C’è una storia che racconto spesso: un aereo precipita nella giungla amazzonica, sopravvivono solo cinque bambini. La più grande ha dodici anni, si prende cura dei fratelli, trova cibo e acqua e li tiene in vita fino ai soccorsi. Per me, quella è una forma altissima di intelligenza, ma le definizioni correnti sono spesso modellate su criteri economici di efficienza, che non accetto. Per questo non posso dire se una macchina potrà sostituirla.
Se intendessimo l’intelligenza come capacità di adattamento a un ambiente, allora la domanda sarebbe: saremo noi così intelligenti da adattarci a un ambiente-mondo sempre più saturo di tecnologia?
È questa, oggi, la vera sfida.
Secondo Guy Debord viviamo nella società dello spettacolo, ma questo non eccede più la vita quotidiana, piuttosto la ingloba interamente. Siamo costantemente dentro gli schermi, fino al Ego-spettacolo sui social. Che fare?
Lo spettacolo si è espanso, ha invaso territori un tempo immuni, come la politica, che oggi vive una fase di spettacolarizzazione estrema. È uno spettacolo immersivo, totale, che rappresenta un problema serio per artisti e operatori culturali, che non possono competere. Le strategie tradizionali, come essere più rumorosi o più trasgressivi, non funzionano più, sono state automatizzate.
Nel suo ultimo libro prevede un’arte delle macchine per le macchine.
Sta già succedendo: le macchine guardano immagini e analizzano opere senza di noi, calcolano vettori di attenzione, popolarità, engagement. Fanno cose che non comprendiamo, come quando un sistema di traduzione ha sviluppato una interlingua, accessibile solo alla macchina. È possibile che qualcosa di simile stia accadendo anche con l’arte. Vedremo.
Hito Steyerl, «The Island», 2025, Milano, Osservatorio Fondazione Prada. Foto: Andrea Rossetti. Courtesy of Fondazione Prada. Courtesy dell’artista, Fondazione Prada, Andrew Kreps Gallery, New York ed Esther Schipper, Berlin/Paris/Seoul