Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Redazione GdA
Leggi i suoi articoliBoesky Gallery a Chelsea presenta «Forest for the Trees», una nuova serie di lavori di Danielle Mckinney, in mostra fino al 13 giugno negli spazi di West 24th Street. L’esposizione si colloca all’interno di una fase recente della ricerca dell’artista, che affianca a questa personale newyorkese anche la mostra «Shelter», una survey dedicata agli ultimi cinque anni del suo lavoro al Norton Museum of Art. Due progetti paralleli che restituiscono la stessa tensione di fondo: il rapporto tra intimità, spazio domestico e percezione emotiva. In «Forest for the Trees», Mckinney presenta nuovi dipinti a olio su lino e una serie di acquerelli esposti per la prima volta a New York. Le composizioni si concentrano su figure femminili isolate, immerse in interni domestici sospesi, dove il tempo sembra rallentare fino a diventare quasi indistinto. Le protagoniste sono spesso colte in momenti di riposo – sdraiate su letti disfatti, adagiate su mobili modernisti, immerse nella luce del pomeriggio – senza mai cercare il contatto con lo spettatore.
Rispetto ai lavori precedenti, Mckinney allenta la definizione dei corpi: i contorni diventano meno netti, le figure tendono a dissolversi nello spazio che le circonda. Parallelamente, però, gli interni acquistano maggiore precisione. Lampadari decorativi, lampade scultoree, divani e sedute mid-century emergono con chiarezza, costruendo ambienti fortemente caratterizzati. Questo ribaltamento progressivo del rapporto tra figura e sfondo attraversa l’intera mostra. Le stanze non sono più semplici contesti, ma diventano presenze attive che definiscono lo stato emotivo delle protagoniste. La pittura, a sua volta, si fa più fluida, con una stesura che richiama una sensibilità impressionista, in cui l’immagine si compone pienamente solo a una certa distanza. Accanto ai dipinti a olio, la serie di acquerelli introduce una sintesi ancora più estrema. Le figure vengono costruite attraverso pochi segni essenziali, lasciando che l’acqua e il pigmento determinino i contorni del corpo. Su fondi bianchi, più esposti e spogli rispetto alle tele, le immagini mantengono una fragilità evidente, quasi sospesa.
Il titolo – «Forest for the Trees» – deriva da un antico proverbio inglese registrato nel XVI secolo da John Heywood: «I see, ye can not see the wood for trees». Un’espressione che indica l’incapacità di cogliere l’insieme quando si è troppo immersi nei dettagli. Nel contesto della mostra, questa idea si lega a una condizione percettiva più ampia: la difficoltà di mantenere distanza rispetto al proprio tempo, ai propri cambiamenti, alle proprie trasformazioni. E le opere sembrano muoversi dentro questa tensione tra prossimità e distanza. Le figure appaiono sospese in uno spazio che è insieme rifugio e soglia, mentre gli ambienti domestici diventano luoghi di contenimento e osservazione silenziosa. Una citazione del pensiero dello psicoanalista James Hollis, presente nel testo curatoriale, rafforza questa lettura: «la possibilità di restare nella non-comprensione, senza cercare una definizione immediata del senso».