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Nicola Davide Angerame
Leggi i suoi articoliVenezia si sveglia in questi giorni sotto il peso di un paradosso tonale, e non soltanto, che non ha precedenti nella sua storia centenaria. Da una parte, il lascito spirituale di Koyo Kouoh: una sinfonia intima, sussurrata, un invito a sintonizzarsi sulle «frequenze minori» per ritrovare l’umanità perduta nel frastuono del contemporaneo. Dall’altra, la realtà brutale di un mondo che ha deciso di suonare solo in «chiave maggiore», e dove il Do minore di Beethoven o il Re minore di Mozart, capaci di tradurre il dolore in bellezza, sono stati assordati dalle marce militari, dalle sinfonie eroiche e dalle messe da Requiem che costituisce «la musica che fa il mondo», da sempre e ancor più in questo momento storico.
Mentre l’Arsenale, storicamente luogo di produzione bellica prestato alla tregua dell’arte, tenta di farsi oasi di pace, fuori le armi e i mass media producono quel basso continuo che accompagna i belligeranti fin dentro i Giardini. Il primo paradosso è matematico, prima ancora che estetico: nel 2024 erano 15 le nazioni impegnate in conflitti di vario genere presenti a Venezia. Oggi, nel 2026, sono 22 su 99 partecipanti. Quasi un quarto dei Padiglioni Nazionali rappresenta stati che, in questo momento, hanno conflitti interni o esterni di portata tragica per le popolazioni. Francis Fukuyama, all’indomani della caduta del muro di Berlino, ci aveva illusi con la "fine della Storia", oggi la Storia è tornata a reclamare il suo tributo di sangue con una facilità disarmante, trasformando la laguna in uno specchio della geopolitica globale.
In questo scenario, la scomparsa di Kouoh non è stata solo una perdita umana e artistica, ma un evento che ha lasciato scoperto il fianco della Biennale. Il suo team ha colmato il vuoto con dedizione, ma il contrasto tra l’ideale di sorellanza della curatrice e la realtà dei fatti è stridente. La guerra è entrata dentro la Biennale non solo come tema, ma come prassi istituzionale: lo scontro è totale, tutti contro tutti. Un paradosso nel paradosso: il caso del Tibet, occupato dal 1959. Una nazione che, insieme alla Costa Rica, rappresenta una delle realtà più pure di pace (non hanno eserciti), eppure il suo diritto e il suo dolore rimangono inascoltati, privi del clamore politico riservato ad altri fronti. Il Dalai Lama, reincarnazione del Buddha della compassione, chiede da decenni un ritorno pacifico che il governo cinese nega sistematicamente. L’arte tibetana, con i suoi dèi e demoni irascibili (allegorie delle nostre emozioni più profonde e primitive) che popolano le pareti dei templi, ci rammenta però che il «polemos» (già assunto a principio metafisico come «padre di tutte le cose» da Eraclito) non è un accidente della storia, ma l’espressione più pura della sofferenza della mente, e manifestazione di quella «volontà di potenza» che per Nietzsche costituisce ogni individuo come forza vitale e debordante, come fenomeno dionisiaco in cui la vita si manifesta come principio generativo, caotico e magmatico, assolto da ogni istanza apollinea di ordine, armonia e grazia.
Se si tiene conto di questa consapevolezza, si può provare a comprendere meglio il cuore del conflitto attuale che attraversa una Biennale in cui due stati da sempre presenti, la Russia e Israele, dovrebbero essere esclusi di diritto poiché i loro attuali capi di stato, Vladimir Putin e Benjamin Netanyahu, sono destinatari di mandati d’arresto della Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità. Ma la loro esclusione era diventata così politicamente scontata da risultare eticamente «troppo giusta» per essere realmente «produttiva». Identificare una intera nazione con la sua classe dirigente (temporanea) o anche con la maggioranza del suo popolo non rende giustizia alle minoranze perseguitate o alle maggioranze silenziose di cui la storia universale della guerra è costellata. E così, censurare gli artisti russi, insieme con il Ministero della Cultura che li invita o coopta, significa gettare via il bambino con l’acqua sporca. Se «la guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi», come sostenne il generale e teorico prussiano Carl von Clausewitz nel suo celeberrimo trattato Della guerra pubblicato nel lontano e ancora attuale 1832, l’arte deve esserlo altrettanto? Forse no. L’arte deve restare la voce dei popoli, anche quando questa voce sembra soffocata dalla propaganda. Il presidente Pietrangelo Buttafuoco ha proposto una visione che merita forse qualche ascolto: l’arte come la Croce Rossa nei campi di battaglia. Nessuno deve spararle addosso perché in alcuni frangenti è l’unico strumento capace di mettere in contatto i popoli attraverso i loro «figli migliori» ma anche «minori», privi di ogni potere che non sia quello delle «visione»: gli artisti. Anche quando l’arte si fa politica, come nel caso di «Guernica», essa rimane l’urlo di un popolo straziato, non il giudizio emesso da un tribunale o da una istituzione politica.
È vero, non possiamo essere ingenui, l’arte è sempre stata uno strumento nelle mani del Principe macchiavellico, dell’assolutismo papale, dei totalitarismi e delle dittature (dal culto di Mao alle statue di Saddam Hussein) e persino delle democrazie occidentali, come dimostrano i programmi storici di sostegno agli artisti finanziati dalla Cia. Ma proprio perché l’arte è un terreno di battaglia per il consenso e per la conquista degli immaginari, la Biennale di Venezia avrebbe il dovere e potrebbe provare ad arrogarsi il diritto di essere una «Onu degli artisti».
Le dimissioni in blocco della Giuria internazionale rappresentano l’apice di questa crisi veneziana. La scelta di escludere a priori Russia e Israele dall’assegnazione dei premi, motivata da responsabilità politiche governative, segna una frattura netta tra l’autonomia della critica e la diplomazia culturale. Se la giuria abdica al suo ruolo di arbitro della bellezza e del senso per farsi strumento di sanzione politica, allora il progetto di Kouoh potrebbe risultare indebolito? E che cosa ne avrebbe pensato la direttrice scomparsa? Il suo progetto per Venezia mirava a trasformare il visitatore da spettatore passivo a «partecipante alla cura», e avrebbe probabilmente visto in questa Biennale non un fallimento, ma un sintomo. Avrebbe trasformato il conflitto tra Giuli e Buttafuoco in un «caso di studio» sulla resistenza delle istituzioni di fronte a una proposta di «pace radicale» che, per quanto «ingiusta» sotto il profilo etico-politico, mira ad una soluzione.
La sua voce è assente, ma forse proprio la soluzione di sostituire i premi ufficiali con i due «Premi dei visitatori», oltre ad essere quel segnale di resa che finisce per sembrare, potrebbe anche offrire un’opportunità per il futuro dell’istituzione: valutare l’arte anche al di fuori di quelle logiche professionali che non possono prescindere da opportunità geopolitiche. Opportunità che la giuria, se fosse rimasta in carica, avrebbe anche potuto cogliere, magari rompendo anch’essa alcuni schemi e premiando artisti dissidenti e vittime dei Leviatani contemporanei che pure non sono assenti da questa Biennale. Una Biennale che sarebbe bello pensare come «dei popoli» più che delle Nazioni.
La minaccia del commissariamento della Fondazione Biennale e il braccio di ferro tra il ministro Giuli e la presidenza Buttafuoco ci dicono che la posta in gioco non è soltanto una mostra, ma la conferma di Venezia (e della sua maggiore istituzione culturale) come spazio di libertà, di tolleranza, di accoglienza, anche oltre la logica strettamente politica del «amico-nemico», una logica codificata dal giurista e filosofo tedesco Carl Schmitt nel 1932 nel suo libro Il concetto di «politico», in cui sostiene che se la morale si basa sulla distinzione tra buono e cattivo e l’estetica su quella tra bello e brutto, la politica ha un suo criterio autonomo nella individuazione di un nemico, colui che rappresenta una minaccia esistenziale per la comunità e il cui contrasto giustifica il conflitto fisico. Come insegnò però Nelson Mandela al mondo, attraverso la sua Commissione per la Verità e la Riconciliazione nel 1995, il perdono come gesto pragmatico e, perché no, anche estetico, è l’unico modo per interrompere la catena del «polemos». È utopico, si sa, ma se si può avverare (seguendo altri esempi concreti come Gandhi e il Dalai Lama) forse è proprio la dimensione dell’arte che potrebbe aprire un varco. E proprio in una Biennale che prospera (forse non a caso) a Venezia, da sempre «città aperta», almeno da quando nel Cinquecento era la Silicon Valley della stampa a caratteri mobili, nonché la Mecca del libero pensiero oltre che della tolleranza religiosa, come dimostrano le sopravvivenze del Ghetto (il primo della storia, 1516), ma anche il Fondaco dei Turchi e quello dei Tedeschi (protestanti).
In un mondo che rulla in chiave maggiore, che alza la voce e affila le lame, la Venezia Patrimonio dell’Umanità deve avere forse il coraggio di restare in «chiave minore». Deve essere il luogo dove il russo e l’ucraino, l’israeliano e il palestinese, il cinese e il tibetano (non i governanti, ma i cittadini) possono ancora trovarsi davanti a un’opera e riconoscersi come esseri umani. Se trasformiamo la Biennale nell’ennesimo campo di battaglia dove la geopolitica detta le regole all’estetica, avremo forse perso un’occasione per creare un «esperimento di umanità». L’auspicio è che questa Biennale, nonostante «la musica che fa il mondo», riesca a far sentire quel sussurro che Koyo Kouoh ci aveva chiesto di ascoltare. Perché è solo nel sospiro della «chiave minore» che, forse, la Storia può smettere di ripetersi come tragedia.