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Mostre

Lo sfarzo di Luigi Valadier alla Borghese

Capolavori del maestro delle arti decorative tra opere sacre e arredi liturgici, argenti profani e disegni

Un angolo della mostra allestita alla Galleria Borghese

Roma. Il sottotitolo della mostra dedicata a Luigi Valadier, che inaugura alla Galleria Borghese il 30 ottobre, è «Splendore nella Roma del Settecento»: è difatti impossibile non associare il lusso sontuoso e raffinato alle creazioni dell’artista, che fu maestro delle arti decorative, tra sfarzo tardobarocco e misura neoclassica.

Fino al 2 febbraio sarà possibile ammirare, esposti tra il portico, il primo e il secondo piano del Museo, alcuni capolavori di Valadier, orafo, disegnatore, ornatista, ebanista e fonditore, che nell’Urbe, nel 1759, rilevò la bottega del padre Andrea, orafo francese.

Una bottega di cui divennero habitué regnanti, pontefici e aristocratici europei, e che vide la collaborazione anche dell’architetto Giuseppe, figlio di Luigi. Legame di committenza privilegiato fu quello che Valadier seppe intessere con i Borghese, come spiega Anna Coliva, direttrice del Museo e curatrice dell’esposizione: «Il rapporto inizia dapprima con Camillo, principe Borghese, e prosegue con il figlio Marcantonio IV, il più munifico mecenate della Roma del Settecento. Valadier lavorerà per Marcantonio fino all’anno della sua morte, e sarà a lui accomunato da destino fosco. Valadier si toglie la vita nel 1785, vittima di un tracollo economico. Sovente, difatti, prosegue Anna Coliva, i grandi committenti stranieri partivano da Roma con le opere, senza aver retribuito l’autore. Marcantonio da parte sua, andò incontro a una grave depressione, in seguito al Trattato di Tolentino (1797) e alle requisizioni napoleoniche che lo portarono alla perdita del suo patrimonio. Le difficoltà economiche del Borghese culminarono con la necessità di fondere il più bel servizio da tavola, composto da centinaia di piatti da portata, alzate, terrine, a cui Valadier lavorò per oltre vent’anni. Solo sette pezzi del servizio sono ancora esistenti, e noi ne abbiamo in mostra sei, da collezioni private. Ora, seppur temporaneamente, sono di nuovo nella loro casa. Allo stesso modo tornano a Roma, per la prima volta dalla loro creazione, le immense lampade in argento realizzate per il Santuario di Santiago di Compostela, massimo raggiungimento del Rococò».

Sono circa novanta le opere presentate, articolate in sezioni, tra cui opere sacre e arredi liturgici, argenti profani, disegni, opere della Galleria Borghese. E proprio il legame tra Valadier e la Villa Pinciana è il nucleo fondamentale dell’esposizione.

Continua Anna Coliva: «Il cuore del Settecento, dagli anni ’40 al ’90, è l’ultima stagione in cui Roma fu centro di elaborazione, e poi di diffusione in tutta Europa, di un mutamento non solo stilistico, ma concettuale: il passaggio dal tardo barocco al Neoclassicismo, e Villa Pinciana ne fu il centro. Tale mutamento è visibile stanza per stanza: si inizia con l’affresco di Mariano Rossi, parte del grande rinnovamento iniziato nel 1770 per volontà di Marcantonio, e culmina nella Sala di Paride e Elena, compiuto modello di Neoclassicismo».

Altro aspetto evidenziato dall’esposizione è il rapporto di Valadier con l’antico, soprattutto con la statuaria classica. La statua per il Neoclassicismo assurge, prosegue la Coliva «a simbolo di grandezza, nobiltà ed etica, un vero e proprio monito morale dell’antico. Valadier realizza numerose repliche in bronzo di statue classiche, a volte delle stesse dimensioni dell’originale, a volte in dimensioni ridotte, come la “Venere Callipigia”, qui in mostra, eseguita per la duchessa di Berry. Infine, per chi vorrà proseguire questo percorso al di fuori del Museo, dei totem multimediali consentiranno di scoprire tutti i luoghi di Valadier nella città: per riscoprire la Roma settecentesca, la Roma fulgida e splendida dell’oro e dell’argento».

Arianna Antoniutti, da Il Giornale dell'Arte numero 401, ottobre 2019


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