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Cecilia Paccagnella
Leggi i suoi articoliLa Tate che conosciamo oggi fu fondata nel 1897, con il nome di «National Gallery of British Art», grazie al magnate e collezionista Sir Henry Tate. Fino al 1954 è rimasta sotto il controllo della National Gallery e ospitava arte moderna britannica, perlopiù dell’età vittoriana.
La sede di Millbank, nel quartiere londinese di Pimlico, rimane tuttora ancorata al racconto di un’arte che affonda le radici nella Gran Bretagna dei Tudor e si protrae fino a tempi più recenti con i lavori di J. M. W. Turner (1775-1851) e John Singer Sargent (1856-1925). Con qualche eccezione che fa capolino nella contemporaneità, la Tate Britain lascia alla «sorella» al di là del Tamigi offrire una panoramica più articolata dell’arte recente ed è qui, alla Tate Modern, che è esposto il trittico «Iva», 1973, della pittrice statunitense Joan Mitchell (1925-92).
L’opera, donata al museo lo scorso aprile dalla coppia di filantropi e collezionisti Jorge M. e Darlene Pérez, si può leggere oggi, 3 novembre, come apripista: è notizia di poche ore fa, infatti, che i coniugi hanno ceduto a titolo gratuito alla Tate 36 lavori di artisti provenienti da tutta l’Africa e dalla diaspora africana. Contestualmente, i due hanno finanziato una posizione curatoriale con un contributo multimilionario: Osei Bonsu, curatore delle mostre «Nigerian Modernism» (fino al 10 maggio 2026) e «A World in Common. Contemporary African Photography» (2023-24), è stato nominato Jorge M. Pérez Senior Curator, International Art, Africa and Diaspora.
«L’arte ha il potere unico di collegare persone di diverse provenienze geografiche, storie ed esperienze, ha affermato Jorge M. Pérez. Darlene ed io siamo onorati di condividere queste opere con la Tate e il suo pubblico, assicurando che la straordinaria creatività degli artisti africani e della diaspora africana sia celebrata e preservata in uno dei musei più importanti al mondo».
In questo modo, la ricerca dell’istituzione londinese si apre ancora di più all’arte del Continente africano, rinforzando le collezioni con nomi già presenti e con alcune novità.
Tra questi figurano lavori dell’artista ghanese El Anatsui (1944), dell’attivista contro l’apartheid Gavin Jantjes (1948), tre opere dell’incisore nigeriano Bruce Onobrakpeya (1932), una coppia di opere su carta dell’artista keniano-americano Wangechi Mutu (1972) e un’installazione scultorea dell’artista sudafricano Buhlebezwe Siwani (1987). Per quanto riguarda il medium fotografico, scatti di Seydou Keïta (1921/23-2001), Malick Sidibé (1935-2016) e Adam Kouyaté (1928-2020), J.D. ’ Okhai Ojeikere (1930-2014) e Rotimi Fani Kayode (1955-89). Le opere tessili includono un manichino scultoreo con tessuto in cera olandese dell’artista britannico-nigeriano Yinka Shonibare (1962) e un arazzo dell’artista maliano Abdoulaye Konaté (1953). Entrano per la prima volta nella raccolta della Tate lavori di Chéri Samba (1956), Amadou Sanogo (1977) e la giovane artista britannica di origine nigeriana Joy Labinjo (1994).
«Questa generosa donazione è un riconoscimento dell’impegno di lunga data della Tate nel raccontare una storia veramente globale dell’arte moderna e contemporanea, ha dichiarato la direttrice della Tate, Maria Balshaw. Ci assicuriamo che i migliori artisti di tutto il mondo siano riconosciuti e rappresentati nelle nostre gallerie e che le loro opere siano accessibili gratuitamente al pubblico più ampio possibile. La seconda importante donazione della famiglia Pérez alla Tate ci aiuta a continuare questo lavoro ora e in futuro».
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