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Nicoletta Biglietti
Leggi i suoi articoliCome può un fiore nascere dall'esplosione di una stella? La domanda che dà il titolo alla mostra di Gustavo Nazareno sembra appartenere più alla poesia che all'astrofisica. Eppure è proprio nello spazio in cui immaginazione e conoscenza si incontrano che prende forma la sua pittura, che non cerca risposte ma apre possibilità.
Per Nazareno la creazione è sempre una trasformazione. Ogni fine contiene già un'origine; ogni perdita può diventare materia per una nuova immagine. La supernova, allora, non è soltanto un fenomeno cosmico. È una metafora: il momento in cui ciò che si dissolve genera nuove forme, nuovi corpi, nuovi racconti.
È anche il principio che attraversa l'intera mostra. Le figure che abitano le sue tele sembrano esistere su una soglia: appartengono alla terra, ma allo stesso tempo sembrano provenire da un'altra dimensione. Sono immobili, solenni, quasi sacrali. Lo sguardo è frontale, la postura composta. Attorno a loro, però, tutto si espande. I tessuti si dilatano, avvolgono il corpo, ne alterano la percezione fino a trasformarlo in architettura, paesaggio, presenza.
L'abito, nella ricerca di Nazareno, infatti, non è mai un elemento ornamentale. È un linguaggio. Custodisce memoria, suggerisce appartenenza, rende visibile ciò che normalmente rimane invisibile. Ogni piega racconta una storia, ogni colore rimanda a una tradizione, ogni superficie conserva una stratificazione di riferimenti che attraversa la storia dell'arte, la fotografia di moda e le religioni afro-brasiliane. L'immagine, così, smette di rappresentare qualcosa e comincia ad agire.
È qui che il lavoro dell'artista brasiliano rivela la propria complessità. Le sue opere nascono infatti dall'assimilazione di influenze diverse: il Rinascimento italiano convive con il Candomblé, il chiaroscuro con l'alta moda, la devozione popolare con la cosmologia contemporanea. Mondi lontani, solo in apparenza, perché per Nazareno fanno parte dello stesso sistema di pensiero, condividendo una convinzione fondamentale: le immagini non servono soltanto a mostrare il mondo. Possono ancora trasformarlo.
Una ricerca che affonda le radici nell'origine del suo sguardo. Molto prima delle gallerie internazionali, delle grandi tele e dei richiami al cosmo, c'è un bambino che osserva le immagini dei santi nelle chiese del Brasile con un'attenzione quasi ossessiva. È lì che tutto comincia. Non dalla pittura, ma dal potere delle immagini. Quelle immagini diventano presto una vera ossessione. Cresciuto in una famiglia cattolica, Nazareno trascorre ore a osservare santi, martiri e pale d'altare. Non gli interessa soltanto il soggetto. A catturarlo sono i dettagli: un gesto, un drappeggio, il colore di un mantello, la capacità di un dipinto di raccontare una storia senza bisogno di parole.
«La mia arte è stata guidata dal raccontare storie attraverso la fede», ricorderà anni dopo.
Una frase che aiuta a leggere anche il suo percorso. Prima ancora di scegliere la pittura, infatti, Nazareno impara a guardare le immagini. L'educazione dello sguardo continua da autodidatta. Con l'arrivo di internet scopre le copertine di Vogue Italia e inizia a copiarle, studiando il lavoro di Steven Meisel e Irving Penn. Rimane affascinato dalla costruzione della fotografia di moda: la luce, la posa, il modo in cui un abito può modificare la presenza di un corpo. Più tardi arriveranno Alexander McQueen e John Galliano, con la loro idea di moda come racconto e teatro.
È curioso osservare come queste immagini dialoghino con quelle che lo avevano accompagnato da bambino. Da una parte le icone religiose, dall'altra gli editoriali di moda. Apparentemente lontanissime. Eppure entrambe affidano al corpo e all'abito il compito di comunicare qualcosa che va oltre l'apparenza. È probabilmente qui che nasce uno degli elementi più riconoscibili della sua pittura.
Lo stesso Nazareno racconta che tornare in Italia significa anche ritrovare l'origine del proprio linguaggio. Visitare i musei, osservare il Rinascimento, studiare il simbolismo dei pittori gli permette di capire «perché faccio quello che faccio e come ci sono arrivato». A colpirlo è soprattutto il modo in cui gli artisti costruivano il racconto attraverso gli abiti. Non un semplice elemento decorativo, ma uno strumento narrativo capace di suggerire identità, ruolo e spiritualità.
È un'intuizione che riaffiorerà qualche anno dopo, quando l'incontro con il Candomblé offrirà a quella ricerca una nuova direzione. Le immagini continuano a essere il punto di partenza. Cambia, però, il loro significato. Non sono più soltanto qualcosa da osservare, ma diventano uno spazio da abitare.
Il passaggio decisivo arriva nel 2017. Nazareno lascia la città natale e si trasferisce a San Paolo, una scelta che segna non solo un cambiamento geografico, ma l'inizio di una nuova fase della sua ricerca. A spingerlo è anche un'esperienza personale legata all'Umbanda, che l'artista ha raccontato più volte come uno dei momenti di svolta della propria vita. Al di là della dimensione spirituale, quell'episodio lo conduce verso un universo culturale e religioso destinato a trasformare profondamente il suo immaginario.
È in quegli anni che incontra il Candomblé. Religione afro-brasiliana nata dall'incontro tra le tradizioni spirituali dell'Africa occidentale e il cattolicesimo imposto durante il periodo coloniale, il Candomblé ha conservato nei secoli un patrimonio di simboli, rituali e narrazioni in cui il corpo, il colore, la musica e l'abito assumono un ruolo centrale. Gli Orixás, le divinità che abitano questa cosmologia, non rappresentano semplicemente figure mitologiche: sono forze della natura, energie e archetipi che continuano a vivere attraverso il rito.
Per Nazareno quell'incontro coincide con una scoperta inattesa. Le immagini che lo avevano accompagnato fin dall'infanzia trovano improvvisamente un nuovo lessico. Le vesti cerimoniali, i colori codificati, la ricchezza dei tessuti e la forza simbolica degli oggetti rituali dialogano con l'iconografia cristiana che aveva studiato da bambino e con la costruzione scenica della moda contemporanea. Linguaggi diversi iniziano a convergere in una stessa ricerca.
Le figure che popolano i suoi dipinti nascono proprio da questo dialogo. Sono spesso Orixás, oppure personaggi immaginari che ne ereditano la presenza e la forza evocativa. Non illustrano un rituale né descrivono una pratica religiosa. Piuttosto, restituiscono l'idea di una spiritualità vissuta attraverso l'immagine. È una differenza sottile ma fondamentale: Nazareno non dipinge il sacro, ma costruisce immagini che cercano di conservarne l'intensità.
Anche per questo i suoi personaggi sembrano sottrarsi a una precisa collocazione temporale. Hanno qualcosa della ritrattistica rinascimentale, della pittura barocca, dell'editoriale di moda e dell'iconografia afro-brasiliana. Eppure non appartengono completamente a nessuno di questi mondi. Esistono in uno spazio autonomo, dove tradizioni lontane continuano a dialogare senza perdere la propria identità.
«Creare un mondo è la base della mia pratica artistica», ha affermato l'artista. Più recentemente ha corretto quella frase, ampliandone il significato: il suo obiettivo, dice, non è più costruire un mondo, ma «un universo immenso, infinito». Una dichiarazione che chiarisce anche «How to Grow a Flower from a Supernova». Le opere riunite in mostra, infatti, sono frammenti di una cosmologia in continua espansione, dove ogni dipinto aggiunge un nuovo tassello a un racconto più grande.
Installation views «Gustavo Nazareno. How to Grow a Flower from a Supernova», Opera Gallery Paris, fino al 15 luglio 2026.© Nicolas Brasseur.
E in questo universo l'abito occupa un posto centrale. Non come dettaglio estetico, ma come struttura dell'immagine. Prima ancora di incontrare un volto, lo sguardo si posa sui mantelli, sulle pieghe, sulle superfici che avvolgono i corpi e sembrano espandersi oltre i loro confini. È lì che la narrazione prende forma.
Nazareno torna spesso su questo aspetto. Visitando i musei italiani, racconta di essersi soffermato sul modo in cui i maestri del Rinascimento costruivano il racconto attraverso gli abiti. Ma lo stesso accade nelle religioni afro-brasiliane. «Il Candomblé, l'Umbanda e la Santería usano tutti l'abbigliamento come mezzo per esprimere potere e gerarchia», osserva l'artista. Due tradizioni lontane nel tempo e nello spazio trovano così un punto d'incontro inatteso.
È una riflessione che attraversa anche la moda contemporanea. Le immagini di Steven Meisel, Irving Penn, Alexander McQueen o John Galliano non entrano nella sua pittura come citazioni riconoscibili, ma come un modo di pensare il corpo. La couture diventa costruzione di identità, linguaggio visivo, teatro. Esattamente come accade nelle sue tele.
Non sorprende, allora, che Salma Rachid abbia definito la moda un'«architettura emozionale» quando riesce a custodire qualcosa che supera la propria funzione. Un'espressione che sembra descrivere con precisione anche la pittura di Nazareno. I suoi abiti non rivestono «semplicemente» una figura. Conservano memoria, intenzioni e appartenenze. E, soprattutto, rendono visibile una presenza.
Per questo i tessuti finiscono spesso per dominare la composizione. Si gonfiano, si allungano, occupano lo spazio come fossero organismi viventi. Talvolta ricordano una nube, altre una scultura, altre ancora una formazione geologica. Il corpo rimane, ma smette di essere il centro dell'immagine. E diventa il punto da cui tutto ha origine.
Anche il processo di lavoro riflette questa attenzione quasi ossessiva. Prima di iniziare un dipinto, Nazareno costruisce piccoli set nel suo studio, veste manichini in legno, studia il modo in cui la luce cade sulle stoffe e lascia che siano proprio i drappeggi a suggerire la composizione. «Molto spesso è l'abito stesso a contenere l'intera storia», racconta, rivelando che nella sua pratica la narrazione non nasce dopo l'immagine, ma insieme a essa. E così, lo studio diventa uno spazio di sperimentazione, dove la pittura prende forma molto prima di arrivare sulla tela.
Le composizioni nascono come veri e propri tableaux vivants. L'artista drappeggia i tessuti sui manichini, sposta le fonti di luce, osserva come le ombre modificano i volumi. Le candele, che utilizza spesso durante questo processo alla maniera di Merisi, non hanno soltanto una funzione pratica. Creano un'atmosfera raccolta, quasi sospesa, che finisce per entrare anche nei dipinti. È probabilmente qui che si riconosce il dialogo più evidente con la tradizione del chiaroscuro. Non tanto come citazione stilistica, quanto come modo di costruire la presenza. La luce, nelle opere di Nazareno, non illumina semplicemente una figura. La fa emergere. Il volto affiora lentamente dall'ombra, i tessuti acquistano profondità, il nero dello sfondo diventa uno spazio di possibilità più che un vuoto.
«La drammaticità è tutto», ha spiegato l'artista, sottolineando come «l'illuminazione, la posa, lo sguardo, tutto prende vita con un uso deciso delle ombre», proprio come accade nei suoi personaggi, che trattengono un'energia silenziosa senza essere né immobili né dinamici.
Lo stesso Nazareno definisce il proprio atelier «il mio spazio sacro. Il mio teatro. La mia chiesa». Tre immagini che raccontano bene il suo metodo. Lo studio è un luogo di lavoro, naturalmente, ma anche uno spazio in cui ogni elemento viene preparato con cura, quasi fosse parte di un rito. È lì che luce, corpo e tessuto trovano il loro equilibrio.
Forse è anche per questo che le sue opere restituiscono una sensazione così particolare. Non mostrano semplicemente una scena. Danno l'impressione di custodire ciò che è accaduto poco prima o ciò che potrebbe accadere subito dopo. Rimangono sospese in un tempo difficile da definire, dove il visibile continua a dialogare con ciò che resta ignoto.
È proprio a questo punto che nella ricerca di Nazareno entra un altro elemento, solo apparentemente distante dalla spiritualità: la scienza. Negli anni l'artista ha approfondito discipline come la fisica e l'astrofisica, trovando nell'universo un repertorio di immagini capace di dialogare con quello religioso. Pianeti, stelle e galassie diventano così parte del suo lessico visivo, non come illustrazioni scientifiche, ma come nuovi simboli.
«Il cosmo e l'infinito possono essere una potente guida per comprendere la vita. Si inizia a capire quanto si è piccoli», racconta. È una riflessione che attraversa molte delle opere più recenti. L'immensità dello spazio non genera smarrimento, ma ridimensiona la prospettiva umana, invitando a guardare il mondo come parte di un equilibrio più ampio.
In questo senso, gli Orixás e le costellazioni sembrano appartenere allo stesso orizzonte. Entrambi sono modi attraverso cui l'uomo ha cercato di dare un ordine all'invisibile, di stabilire una relazione con ciò che supera la propria esperienza quotidiana. Cambiano i linguaggi, non il bisogno che li ha generati.
«How to Grow a Flower from a Supernova» nasce proprio dall'incontro di queste due dimensioni. Il titolo mette in dialogo un fenomeno astronomico con un'immagine di straordinaria fragilità. Da un lato l'esplosione di una stella, uno degli eventi più violenti dell'universo; dall'altro un fiore, simbolo di crescita, trasformazione e rinascita. Due estremi che Nazareno tiene insieme senza forzarli, lasciando che sia la pittura a suggerire il legame.
Non è un caso che nelle sue tele la materia sembri trovarsi in uno stato di continua metamorfosi. I tessuti ricordano nebulose, i colori si stratificano come polveri cosmiche, le figure emergono dal buio con la stessa lentezza con cui un corpo celeste affiora nell'oscurità. È un immaginario che non separa la dimensione terrestre da quella cosmica, ma le considera parte dello stesso racconto.
Forse è proprio questa la forza della mostra. Ricordare che ogni trasformazione, anche la più radicale, contiene la possibilità di una nuova forma. Proprio come accade dopo l'esplosione di una supernova, quando gli elementi dispersi nello spazio diventano la materia da cui, milioni di anni più tardi, potranno nascere nuove stelle, nuovi pianeti e, forse, perfino un fiore.
© Gustavo Nazareno. Courtesy Opera Gallery.