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Redazione
Leggi i suoi articoliA Venezia, città chiamata alle urne il 24 e 25 maggio per il rinnovo del Sindaco e del Consiglio comunale, imprese, operatori e professionisti del settore culturale hanno presentato un manifesto e una roadmap per il futuro culturale della Serenissima.
«Filippo Tommaso Marinetti, si afferma nel documento, scrisse nel 1910 un testo polemico noto come Contro Venezia passatista. In questo scritto il poeta futurista attaccava la Venezia tradizionale e “museale”, statica, stagnante e legata al passato. A cent’anni di distanza, è ora di passare dalla provocazione poetica alla azione culturale attiva, concreta, lungimirante, sostenibile. E se Venezia vuol tornare ad occupare il ruolo di Capitale culturale mondiale che le spetta, la cultura non può più esser considerata una voce di spesa, né tanto meno un mero palco elettorale, uno spazio da occupare, ma una leva di sviluppo. La questione è tutta qui. Non è semantica. È politica, economica e programmatica. Quindi, a fronte dello stato di caos e marginalizzazione, nonché dei vari protagonismi spiccioli in salsa elettorale visti nelle ultime settimane, che altro non fanno che mortificare ulteriormente il settore culturale della città di Venezia, urge dare voce al settore stesso, alle migliaia di imprese, Icc, Ets, associazioni, professionisti e operatori che compongono questo ecosistema fondamentale per la vita della città. È necessario inoltre arginare quell’atteggiamento paternalistico, privo di visione e spesso anche di competenza in materia, che emerge dalle recenti dichiarazioni di alcuni esponenti politici e di candidati sindaco in corsa per le prossime elezioni amministrative. Con il nostro documento strategico e la roadmap operativa che qui presentiamo, avviamo un processo di rinnovo, una proposta inedita per la città che nasce dall’ascolto diretto del settore culturale veneziano. Un lavoro costruito in chiave bottom-up, che raccoglie istanze, le criticità e le proposte avanzate da imprese culturali e creative, enti del terzo settore, associazioni, lavoratori della cultura e operatori che ogni giorno contribuiscono alla produzione culturale della città».
«A Venezia, si legge ancora nel comunicato, non serve un nuovo “direttore artistico” calato dall’alto, figura già più volte avvicendata in passato senza produrre risultati strutturali. Serve invece un sistema stabile di accompagnamento, sviluppo e governance della cultura, capace di rafforzare l’intero ecosistema culturale cittadino. Il documento propone una strategia chiara: riconoscere la cultura non come semplice strumento di attrazione turistica o come palcoscenico di eventi, ma come infrastruttura economica, sociale e civile della città. Venezia conta migliaia di imprese e professionisti della cultura che producono valore economico, occupazione, innovazione e coesione sociale. Tuttavia, questo patrimonio vive oggi condizioni di fragilità, precarietà e frammentazione che richiedono politiche pubbliche lungimiranti. La roadmap triennale delineata nel documento indica azioni concrete: rafforzamento della governance culturale cittadina, tutela e valorizzazione del lavoro culturale, maggiore accessibilità alla cultura per i residenti, sviluppo delle industrie culturali e creative, tutela dalle incertezze geopolitiche, digitalizzazione del patrimonio e nuove forme di collaborazione tra pubblico e privato. L’obiettivo è chiaro: superare il modello della città-museo e costruire una Venezia che torni ad essere città produttrice di cultura contemporanea, capace di sostenere il lavoro culturale, attrarre talenti e restituire centralità ai cittadini. In un momento in cui il dibattito pubblico rischia di ridurre la cultura a slogan elettorali o a operazioni di immagine, è necessario riportare la discussione su un piano serio, fondato su dati, strategie e visione, ma soprattutto su competenze e responsabilità. La vera domanda non è se possiamo permetterci di investire in cultura. La domanda è se possiamo ancora permetterci il lusso di NON farlo!».
In particolare, spiegano i firmatari, serve intervenire su alcune importanti questioni. • Aumentare l’offerta per generare domanda. Il paradigma attuale è difensivo: si dimensiona l’offerta sulla domanda esistente. È un errore. In un contesto sociale mutato, la cultura deve generare nuova domanda, non inseguirla. Significa ampliare spazi, moltiplicare occasioni, sostenere la creatività emergente, costruire continuità programmatoria. • Riscrivere il patto pubblico-privato. In una fase di contrazione della spesa corrente locale e di opportunità straordinarie legate ai finanziamenti europei, occorre superare il modello dello sponsor e costruire quello del partner. Imprese, fondazioni, università e terzo settore non devono essere meri finanziatori, ma co-progettatori. Un vero «Patto per la Cultura» può trasformare il sostegno economico in corresponsabilità strategica, creando nuclei operativi misti capaci di incidere sulla programmazione e sulla sostenibilità nel lungo periodo. • Fare dell’accessibilità una politica strutturale. Accessibilità urbana, economica, sociale, educativa, intergenerazionale. Non come slogan, ma come infrastruttura cognitiva. Una comunità con un patrimonio culturale più ampio è una comunità più capace di generare benessere economico e coesione sociale. La cultura deve diventare pratica quotidiana, non esperienza occasionale. Deve contrastare povertà educativa e analfabetismo funzionale. Deve costruire nuove ritualità civiche condivise. • Cultura 4.0 e innovazione digitale. La relazione tra digitale e patrimonio non è accessoria: è strategica. Venezia può diventare un hub tra formazione, ricerca e fruizione culturale innovativa. Le industrie culturali e creative digitali rappresentano una leva concreta contro lo spopolamento abitativo e professionale. Investire qui significa trattenere talenti, attrarne di nuovi, costruire occupazione qualificata. • Integrare cultura e turismo. Non più contrapposizione, ma filiera integrata. Cultura e turismo devono essere pensati come ecosistema unico, orientato alla sostenibilità, alla destagionalizzazione, alla qualità dell’esperienza. Una programmazione culturale forte stabilizza il mercato del lavoro, crea nuovi ponti studio-lavoro, genera riqualificazione immobiliare e sviluppo locale.
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