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Alessia De Michelis
Leggi i suoi articoliCeal Floyer è stata una delle voci più raffinate dell’arte concettuale contemporanea, capace di ribaltare la percezione del quotidiano attraverso interventi minimi, spesso ironici, ma sempre chirurgicamente precisi. Nata a Karachi (classe 1968), in Pakistan, e formatasi al Goldsmiths College di Londra, ha sviluppato un linguaggio essenziale che attinge al ready-made, al Minimalismo, appunto, e alla semantica degli oggetti, indagando il confine tra ciò che vediamo e ciò che crediamo di vedere.
Opere come «Light Switch» (1992), una semplice proiezione fotografica collocata dove ci si aspetterebbe un interruttore, esemplificano la sua capacità di svelare scarti, aspettative e automatismi dello sguardo. Floyer lavorava con un’economia visiva estrema: un gesto, una parola, un’immagine erano sufficienti per attivare slittamenti percettivi che trasformavano l’ordinario in un cortocircuito concettuale.
«Le sue opere sono brillantemente creative e, proprio come lei, piene di intelligenza acuta, ironia sottile e acutezza visiva, si legge in un post apparso sul profilo Instagram della galleria che la rappresentava, Esther Schipper, insieme a Lisson Gallery e 303 Gallery, in cui è stato dato l’annuncio della scomparsa di Floyer a Berlino ieri, 11 dicembre. Come un haiku, l’arte di Ceal era costruita sulla moderazione, con ogni scelta altamente intenzionale e nulla lasciato al caso»
La sua pratica ha trovato spazio in istituzioni internazionali come Tate Modern, MoMA, Palais de Tokyo, Kunstmuseum Bonn e Museion, e in appuntamenti chiave come la Biennale di Venezia e Documenta. Tra i riconoscimenti, il Preis der Nationalgalerie (2007) e il Nam June Paik Art Center Prize (2009), che hanno consolidato la sua posizione nella scena globale.
Floyer ha lasciato un’eredità fatta di chiarezza, umorismo sottile e rigore formale: un invito persistente a guardare di nuovo, e meglio, ciò che spesso diamo per scontato.
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