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Redazione
Leggi i suoi articoliArtista, fotografa, cineasta, performer, curatrice e docente, Dóra Maurer, figura di spicco dell’avanguardia ungherese, è scomparsa a 88 anni il 14 febbraio. Era nata a Budapest l’11 giugno 1937 e per oltre sessant’anni ha sperimentato senza sosta spaziando dalla pittura alla grafica, dalla fotografia al film sperimentale, in un continuo esercizio di analisi, trasformazione e percezione. Dal 1968, grazie alla doppia cittadinanza ungherese e austriaca, ha svolto un ruolo attivo nella creazione della rete internazionale della neoavanguardia ungherese. Con un approccio concettuale giocoso, ma sempre con rigore, Maurer ha fatto della sperimentazione un linguaggio universale, capace di parlare a generazioni di artisti e studiosi. Rimangono centrali nella sua ricerca sul vedere e sul pensare attraverso le immagini le serie dedicate al movimento, alle strutture geometriche, alle variazioni cromatiche e ai processi di scomposizione visiva, come «Seven Foldings» (1975), «Reversible and Changeable Phases of Movements» (1972) o gli «Space Paintings».
A partire degli anni ’10 del Duemila aveva ricevuto riconoscimento internazionale grazie a collettive al MoMa di New York, al Centre Pompidou di Parigi e al Museum of Fine Arts di Houston. Nel 2019 la Tate Modern di Londra le aveva dedicato una personale. Nel 2003 era stata insignita del Premio Kossuth e più di recente, nel 2021, era stata nominata Artista della Nazione, tra i più alti riconoscimenti statali ungheresi per le personalità della cultura.
Lascia un archivio di opere che continuano a interrogare lo sguardo, la percezione e il rapporto tra ordine e trasformazione.
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