Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Anna Aglietta
Leggi i suoi articoliDal 19 giugno al 15 novembre, nel Castello di Tours, in Francia, Jeu de Paume presenta due mostre monografiche dedicate a Ed Alcock e Laila Hida. Le due mostre presentano due lati opposti ma complementari della fotografia: da un lato Alcock, che con gli scatti esposti racconta il senso di appartenenza, di identità, di famiglia; dall’altro Hida, le cui opere invitano ad analizzare l’impatto dell’immagine sulla nostra comprensione del colonialismo.
Il franco-inglese Ed Alcock (classe 1974) è celebre per il suo lavoro come fotogiornalista (che gli ha valso numerosi premi, ad esempio, con la sua serie sull’energia nucleare) e ritrattista. A Tours porta però una selezione di opere più personali. La mostra «Secrets et mensonges» (Segreti e menzogne) riunisce progetti realizzati tra il 2009 e il 2025, presentati in ordine cronologico per permettere al pubblico di seguire l’evoluzione del suo lavoro e del suo approccio all’immagine, che Alcock definisce come «un’esplorazione intima e narrativa del reale». Nel concreto, questa ricerca artistica trova espressione in uno stile che necessita di numerosi aggettivi per essere descritto: documentario, come si evince dalla volontà investigativa, dagli scatti diretti, dai documenti d’archivio che accompagnano fotografie originali; autobiografico, perché ogni immagine di Alcock riconduce alla sua storia e a quella familiare; e immaginativo, fantasioso, grazie alle immagini evocative, ricche di significati astratti.
Il percorso espositivo inizia con un’immersione nella vita di Alcock, partendo da «Hobbledehoy», una serie estremamente autobiografica, in cui Alcock documenta la fine dell’infanzia del figlio, per continuare con «Love Lane» e «The Wait», realizzate a Sleaford, la cittadina rurale inglese da cui proviene la famiglia del fotografo, e dedicate ai segreti che quest’ultima ha custodito. Il quarto progetto in mostra, «Home Sweet Home», a cui Alcock ha lavorato tra il 2016 e il 2020, affronta i temi di appartenenza e identità da una nuova angolazione, quella della Brexit, in maniera più distante e impersonale dei precedenti. A chiudere, però, si torna alla famiglia, alle leggende tramandate dalla memoria collettiva, con «Buried Treasure» (selezionato quest’anno per la mostra dei Sony World Photography Awards).
Anche Laila Hida (nata a Casablanca nel 1983) si dedica a studiare le storie e la narrativa sul suo Paese natale, il Marocco, ma lo fa in maniera più critica: parte di un progetto più ampio («Le Voyage du Phoenix»), la serie esposta a Tours, «La Nuit américaine», invita lo spettatore a interrogarsi su come le produzioni visive diventino parte attiva della costruzione del reale e della fabbricazione dei miti contemporanei, confrontandoli ai racconti tramandati oralmente nel XIX secolo. E lo fa analizzando gli strumenti al cuore del processo di trasformazione di storie e paesaggi in elementi decorativi e narrazioni fisse. Il nome stesso del progetto (letteralmente, la notte americana) è un richiamo al cosiddetto «effetto notte» del cinema, in cui riprese filmate di giorno vengono trasformate artificialmente in scene notturne. Allo stesso modo, le immagini che circolano sul Marocco, sulle sue oasi e i suoi deserti, all’apparenza naturali ma in realtà frutto di montaggi, contribuiscono a creare dei modelli che influenzano la nostra capacità di sperimentare e vivere quei luoghi. Per contrastare questo fenomeno, Hida lavora con la fotografia, le installazioni visive, il cinema e documenti d’archivio per portare alla luce i processi di trasformazione da un’immagine documentaria a una di fantasia, dalla memoria alla messa in scena. Tramite un gioco di modifiche e alterazioni ripetuto, l’artista mostra così come vengano creati nuovi immaginari, nuove forme visive che, gradualmente, diventano familiari e scontate. Centrale al progetto, e in maniera più generale al lavoro di Hida, è una riflessione più ampia sulla storia coloniale del Marocco, le cui tradizioni sono state vittima dell’economia dell’esotismo, nascoste, semplificate o trasformate in folklore.
Ed Alcock, «Repeating pattern», della serie «Hobbledehoy», 2013