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Stefano Luppi
Leggi i suoi articoli«A me interessava provocare un mutamento del rituale connesso con le esposizioni e suscitare nel visitatore un salto nella coscienza dell’esserci», così Franco Vaccari (Modena, 1936-2025), una delle voci più determinanti nell’arte del secondo dopoguerra italiano, introduceva la sua serie di opere più nota, le «Esposizioni in tempo reale» iniziate nel 1969 e divenute celebri con «Esposizione in tempo reale n. 4. Lascia su queste pareti una traccia fotografica del tuo passaggio», esposta alla Biennale di Venezia del 1972. Con lui l’opera d’arte diviene una pratica eminentemente processuale, un campo dinamico di relazioni e trasformazioni che attraverso un feedback ne completa l’essenza mediante l’interazione del pubblico che provoca un «occultamento dell’autore» (parole ancora sue). Nelle «Esposizioni» si vede bene quanto l’artista teorizzò alla fine degli anni Settanta nel suo testo di maggior impatto, Fotografia e inconscio tecnologico (prima edizione, Edizioni Punto e virgola, Modena 1979), nel quale molto in anticipo sui tempi si analizza il ruolo autonomo della tecnologia e l’uso dei dispositivi tecnici, fotografia e video in primis, quali agenti autonomi di produzione simbolica in grado di modificare e ridefinire l’immagine, e in definitiva il ruolo autoriale tout court.
Proprio il feedback, in fisica la «retroazione» dove l’effetto di un sistema ne influenza il funzionamento futuro, è correttamente pare del titolo dell’importante mostra «Feedback. Gli ambienti di Franco Vaccari», allestita al Museion di Bolzano fino al 13 settembre, curata da Frida Carazzato e Luca Panaro, che per la prima volta ricostruisce otto dei 43 ambienti artistici effimeri databili tra il 1968 e il 2005 che l’artista modenese realizzò nel corso della carriera. L’ideazione della rassegna, che dovrebbe avere nei prossimi anni edizioni all’estero, parte nel 2019 da considerazioni dello stesso Vaccari, dal cui archivio proviene parte delle opere esposte (fotografie, video, documenti, filmati e libri d’artista), prestate anche dalla Fondazione Giò Marconi di Milano e le gallerie P420 di Bologna ed Emilio Mazzoli di Modena oltre che dallo stesso museo ospitante. «Attraverso i suoi ambienti, spiegano i curatori, l’autore modenese cercò di ridefinire il rapporto tra esperienza individuale e spazio collettivo, utilizzando anche tecniche di disorientamento spaziale e uditivo e introducendo elementi di caos accanto a episodi reali. Altre volte invece creò luoghi onirici all’interno degli spazi espositivi, non esitando a dormirvi e invitando i visitatori a farlo per poi mettere nero su bianco i propri sogni, come abbiamo ricostruito in mostra: in due occasioni sarà possibile per alcuni dormire al Museion e al mattino raccontare i propri sogni. In questo e tanti altri modi la componente percettiva e multisensoriale, sintetizzata in molte delle sue installazioni ambientali, incoraggia il pubblico a sentirsi parte attiva dell’opera: l’approccio, che appunto è definito feedback, si ritroverà in molte pratiche artistiche degli anni Novanta».
Una veduta della mostra «Feedback. The Environments of Franco Vaccari» al Museion di Bolzano. Foto: Luca Guadagnini
Una veduta della mostra «Feedback. The Environments of Franco Vaccari» al Museion di Bolzano. Foto: Luca Guadagnini
Il percorso allestito da Fosbury Architecture di Milano e Rotterdam è cronologico solo in parte e si sviluppa su due piani, il primo dei quali maggiormente dedicato a opere intime e oniriche e il secondo ai lavori più celebri. Prima di salire in mostra i visitatori trovano Vaccari fin dall’ingresso del museo: «Per fare il biglietto, affermano Carazzato e Panaro, si sale su “Esposizione in tempo reale n.38. Biomassa” che Vaccari volle nel 2007 per la sua mostra allo Spazio Oberdan di Milano: abbiamo qui ricostruito, grazie alla Coop Bilanciai di Campogalliano (Mo) presso cui l’artista si era rivolto al tempo, la bilancia che non conta il numero delle entrate bensì assomma il peso corporeo dei singoli visitatori, visualizzato su un display. L’artista, dunque, innesca il processo creativo che poi prosegue indipendentemente dall’autore e si forma in maniera collettiva». L’ingresso dell’esposizione al terzo piano è buio, forse un po’ rischioso per chi non è troppo stabile, ma azzeccato perché richiama alcuni dei primi lavori di Vaccari, «Nei sotterranei» del 1966-67, quando l’artista fotografava i graffiti, spesso hot, di bagni pubblici e altri luoghi sotterranei, come si vede in un video, in alcuni collage fotografici e nel libro d’artista «Le Tracce». Ma in questa parte iniziale l’opera forse meno vista è «Omaggi» del 1973, composta da Vaccari attraverso una descrizione scritta di noti artisti (Kounellis, De Dominicis, Gilbert&George) affidata a un artigiano del legno che ha costruito «casette» simili a strutture per burattini (l’opera venne esposta nel 1976 alla galleria De’ Foscherari di Bologna).
Questa sezione del percorso è comunque dominata dalla ricostruzione di «Esposizione in tempo reale n.20. Ambiente grigio multiuso, scatola per sondare lo spazio vicino e lontano», una piccola aula in legno realizzata nel 1987 presso la Palazzina Vigarani di Modena: «Abbiamo costruito questa struttura, spiega Panaro, basandoci su progetti dell’archivio Vaccari: è un luogo in cui il fruitore sonda la realtà circostante al buio in compagnia di un contatore Geiger, un laser, una brandina per il riposo e un foro stenopeico che per effetto della camera oscura riproduce quanto presente all’esterno. Tutto ciò crea una dilatazione della capacità sensoriale, evidente anche poco lontano da un’altra opera, il primo ambiente di Vaccari, realizzato nel 1968, “La scultura buia” nata per il Centro documentazione visiva di Piacenza e per la libreria Rinascita di Modena. Si tratta anche qui di una stanza priva di luce in cui si entra avvolti nella gommapiuma e dove il visitatore può incappare in sacchi di plastica gonfiati ad aria: il fine è sempre di acuire la percezione attraverso i sensi alternativi alla vista e in generale di incidere nella realizzazione dell’opera d’arte». Il terzo piano della mostra raccoglie inoltre altri lavori noti come «Viaggio per un trattamento completo all’Albergo diurno Cobianchi» (1971) e «Omaggio all’Ariosto (Carpi-Ferra) del 1974, mentre altrettanto importante è «Esposizione in tempo reale n.10, Sogni n.1» del 1975 (prima edizione alla galleria Cavellini di Brescia).
Il quarto piano assomma lavori come «Mini cinema» del 2003, la ricostruzione di una casetta che in quell’anno fu posta a Palazzo dei Musei di Modena per un evento legato all’Alzheimer, «Modena vista a livello di cane» (1967-68) e le foto di un reportage atipico realizzato nel 1970 sull’Isola di Wight in occasione del celebre festival musicale, quando Vaccari fotografò a caso, camminando e scattando a destra e sinistra ogni cento metri percorsi tra il pubblico. Ma soprattutto qui ci sono i due «pezzi» forse più fondamentali della sua produzione. La celeberrima «Photomatic d’Italia» del 1972-74, qui riallestita con una cabina dell’epoca dell’azienda Dedem di Roma, la stessa che posizionò quella alla Biennale del ’72 e che successivamente affidò per un periodo a Vaccari l’utilizzo di tutte le 700 cabine fotografiche sparse in Italia (in mostra numerose fotografie, anche pornografiche, scattate dal pubblico in quelle cabine), oltre a «Bar Code - Code Bar» della Biennale 1993, un luogo in cui il pubblico poteva riposare e bersi un caffè analizzando una scritta e un’immagine dedicate all’attivista italiana Silvia Baraldini (Roma, 1947) che negli Stati Uniti venne condannata a 43 anni di carcere.
Una veduta della mostra «Feedback. The Environments of Franco Vaccari» al Museion di Bolzano. Foto: Luca Guadagnini
Una veduta della mostra «Feedback. The Environments of Franco Vaccari» al Museion di Bolzano. Foto: Luca Guadagnini