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Roberta Bosco
Leggi i suoi articoliIl Museo Reina Sofía di Madrid ha inaugurato oggi, 29 aprile, la mostra che commemora il centenario della nascita di Aurelia Muñoz (Barcellona, 1926-2011), l’artista catalana che ha rinnovato il linguaggio della scultura tessile nel XX secolo. La rassegna, la più completa e ambiziosa organizzata fino ad ora, ripercorre tutti i periodi, le tecniche e i materiali utilizzati da Muñoz dagli anni Cinquanta all’inizio del XXI secolo.
Visitabile nel museo madrileno fino al 7 settembre e poi al Museu d’Art Contemporani de Barcelona (Macba) dal 5 novembre, l’allestimento racconta cinquant’anni dell’universo creativo dell’artista attraverso più di 150 opere, molte delle quali inedite o mai esposte prima in un museo, in particolare i disegni, che in alcuni casi rivelano la genesi del suo processo creativo e in altri sono opere d’arte a sé stanti. Tra i pezzi forti figurano i suoi iconici lavori in macramè, i ricami, la serie «Uccello-Aquilone» e i libri alati.
Curata da Manuel Cirauqui della Fundación Eina, Rosa Lleó e Sílvia Ventosa, figlia dell’artista e responsabile del suo Archivio, la mostra si propone di aprire nuove prospettive sulla «cosmologia aureliana», popolata da entità: figure plurali senza un genere definito che sfidano il pensiero binario, personaggi a metà tra l’umano e l’animale che abitano uno spazio interspecie. Questi personaggi che danno titolo alla mostra, «Entes» (Entità), anticipano tematiche di grande attualità: il rapporto con l’ambiente, l’esistenza di esseri umani e non umani e il dialogo tra il passato e il presente.
Queste entità, che popolano tutta la sua opera e danno origine alle sue installazioni di grandi dimensioni, appaiono anche nei disegni, che vengono esposti per la prima volta in quest’occasione. Oltre a questa sezione inedita, che svela aspetti sconosciuti del lavoro di «un’artista totale che non pone confini tra tecniche e materiali, pur utilizzandoli tutti con rispetto» per usare la definizione della figlia, la rassegna presenta le sue opere più emblematiche: più di sessanta sculture e opere cucite, annodate o intrecciate in juta, sisal e cotone. Ci sono i ricami degli anni Sessanta, che reinventano la pittura; le grandi sculture in macramè annodato degli anni Settanta, che si staccano dalla parete e assumono una forma tridimensionale come entità viventi; gli Aquiloni-Uccelli o Aerostati degli anni Ottanta, strutture mobili e aerodinamiche ispirate alla passione di Muñoz per l’origami, la vela e le macchine di Leonardo da Vinci, nate da una ricerca di leggerezza e consapevolezza spaziale che l’ha accompagnata per tutta la vita. Proprio questa ricerca l’aveva portata a lavorare con la pasta di carta, che produceva da sé con fibre di lino e cotone, per creare sculture, molte delle quali sospese in aria, che assumevano la forma di libri aerei o elementi marini: anemoni, alghe o meduse, che disponeva in teche di metacrilato trasparente. Da sottolineare che alcune delle sue opere più importanti sono conservate in collezioni private in Spagna e in altri Paesi e non sono mai state esposte in musei, come la monumentale «Palmera» del ’74 e «Homenaje a Jerónimo Bosco» del ’71.
Il percorso espositivo è completato da una selezione di elementi provenienti dall’archivio personale di Muñoz, tra cui lettere, modellini, quaderni di progetti e fotografie, che rivelano un metodo di lavoro sistematico e organizzato. Secondo i curatori «la sua opera, basata sulla ricerca e sulla costante sperimentazione, trascende l’arte tessile di origine artigianale, strettamente legata all’arazzo e le conferisce una dimensione scultorea e architettonica che si ricollega al concetto di entità, un essere che va oltre la natura organica o inorganica, animata o inanimata, animale o vegetale, astratta o figurativa». «Aurèlia era una persona aliena dalle etichette, conclude la figlia dell’artista Sílvia Ventosa. Seguiva sempre la strada più difficile e, in un’epoca franchista e misogina, cercava la libertà di un uccello in volo, proprio come nelle sue opere».
Aurèlia Muñoz con l’opera «Macra I», 1969. Foto courtesy Museo Reina Sofía, Madrid