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Smiljan Radić Clarke

Courtesy of The Pritzker Architecture Prize

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Smiljan Radić Clarke

Courtesy of The Pritzker Architecture Prize

All’architetto cileno Smiljan Radić Clarke il Pritzker Prize 2026

Fondatore a Santiago del Cile della Fundación de Arquitectura Frágil, è stato premiato per i suoi progetti «ottimisti e discretamente gioiosi» che «abbracciano la vulnerabilità come condizione intrinseca dell’esperienza vissuta»

Smiljan Radić Clarke (Santiago del Cile, 1965) architetto cileno di origini croate, è il vincitore del 55mo Pritzker Prize 2026, il più alto riconoscimento nel campo dell'architettura. L’annuncio, atteso già la settimana scorsa, era stato rinviato dopo la comparsa negli Epstein Files del nome di Tom Pritzker, presidente della fondazione di Chicago che assegna il premio. Il primo vincitore, nel 1979, fu Philip Johnson, poi, tra gli altri, Frank  O. Gehry, Norman Foster, Rem Koolhaas, Robert Venturi, Renzo Piano e Arata Isozaki. A Radić Clarke va una somma di 100mila dollari e una  medaglia di bronzo.

Laureatosi alla Pontificia Universidad Católica de Chile nel 1989, Radić per due anni prosegue gli studi a Venezia e in Grecia. Tornato in Cile, nel 1995 fonda a Santiago lo studio che porta il suo nome. «Attraverso un corpus di opere che si colloca al crocevia tra incertezza, sperimentazione materica e memoria culturale, recita la motivazione della giuria, Smiljan Radić privilegia la fragilità rispetto a qualsiasi pretesa ingiustificata di certezza. I suoi edifici appaiono temporanei, instabili o deliberatamente incompiuti, quasi sul punto di scomparire, eppure offrono un rifugio strutturato, ottimista e silenziosamente gioioso, abbracciando la vulnerabilità come condizione intrinseca dell’esperienza vissuta».   

La sua pratica, sviluppata in oltre trent'anni, abbraccia istituzioni culturali, spazi civici, edifici commerciali, residenze private e installazioni in Albania, Austria, Cile, Croazia, Francia, Italia, Spagna, Svizzera e Regno Unito. In Cile una delle opere più note è il Teatro Regional del Biobío a Concepción (2018), un involucro semitrasparente che modula la luce, paragonato a una lanterna di carta. In Europa uno dei suoi progetti più conosciuti è il Serpentine Gallery Pavilion del 2014 a Londra, un guscio semitrasparente in vetroresina che poggiava su enormi massi portanti, provenienti dalla zona.

«L'architettura esiste tra forme grandi, massicce e durature, strutture che resistono al sole per secoli, in attesa della nostra visita, e costruzioni più piccole e fragili, fugaci come la vita di una mosca, spesso senza un destino chiaro sotto la luce convenzionale, afferma Radić. In questa tensione di tempi disparati, ci sforziamo di creare esperienze che trasmettano una presenza emotiva, incoraggiando le persone a fermarsi e riconsiderare un mondo che così spesso passa loro accanto con indifferenza». Nel 2017 ha fondato a Santiago la Fundación de Arquitectura Frágil, concepita sia come piattaforma di scambio pubblico che come archivio di lavoro.

Ad avere la precedenza nei suoi progetti sono il contesto, l'uso e la consapevolezza antropologica. «Il suo lavoro appare spesso austero o elementare, ma questa impressione nasconde una progettazione e una costruzione precise», sottolinea in un comunicato la Fondazione Pritzker. I suoi edifici trasmettono un senso di protezione, sono concentrati verso l'interno e attenti alla fragilità umana. Tra le sue opere più significative figurano Guatero, per la XXII Biennale di Architettura Cilena (Santiago, 2023);  Casa Chanchera  (Puerto Octay, Cile, 2022); Casa Prisma (Conguillío, Cile, 2020); la cantina Vik Millahue (Millahue, Cile, 2013). Con la scultrice Marcela Correa ha realizzato l’installazione «The Boy Hidden in a Fish», un grande masso scavato con inserti di legno visibile all’ingresso delle Corderie dell’Arsenale nella la 12. Biennale di Architettura (2010) diretta da Kazujo Sejima. 

Alejandro Aravena, presidente della giuria e vincitore a sua volta del Pritzker nel 2016, commenta che in ogni opera Radić «risponde con radicale originalità, rendendo ovvio ciò che non lo è. Torna alle fondamenta più irriducibili dell’architettura, esplorando al contempo limiti che non sono ancora stati toccati. Sviluppato in un contesto di circostanze spietate, ai confini del mondo, con una pratica di pochi collaboratori, è in grado di portarci al nucleo più intimo dell'ambiente costruito e della condizione umana».

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Redazione, 12 marzo 2026 | © Riproduzione riservata

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