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Luca Zuccala
Leggi i suoi articoliC'è una contraddizione (o una constatazione) che attraversa oggi il mercato dell'arte. Più il mondo accelera verso il digitale, più cresce l'interesse per ciò che è irripetibile. Più le immagini diventano infinite, più aumenta il valore degli oggetti unici. Una frizione all'interno della quale, come un ricamo d'oro kintsugi fa brillare i frammenti, si inserisce la Biennale Internazionale dell'Antiquariato di Firenze 2026, la prima guidata da Bruno Botticelli. Perché la vera questione non riguarda soltanto gli ottanta espositori che abiteranno Palazzo Corsini dal 26 settembre al 4 ottobre, ma il ruolo stesso dell'antiquariato nel XXI secolo. Come rendere contemporaneo il classico? Come parlare ai giovani senza inseguire le logiche dell'intrattenimento? E come trasformare l'antico da categoria nostalgica a risorsa culturale per il futuro?
Da anni il settore vive una condizione paradossale. Da una parte la crescita dell'arte contemporanea, delle fiere globali e delle nuove forme di collezionismo ha ridotto la centralità che l'antiquariato aveva avuto nel Novecento. Dall'altra, proprio mentre il presente sembra dominato dalla schizofrenia digitale, dall'intelligenza artificiale e dalla serializzazione delle immagini, tornano a emergere con forza categorie che appartengono da sempre al mondo dell'antico: unicità, densità, autenticità, provenienza, qualità materiale, durata. È su questo terreno che la Biennale di Firenze vuole costruire la propria prossima fase.
"Bisogna anticipare, cambiare, creare, non seguire il flusso", osserva Botticelli. Una dichiarazione che può essere letta come un programma. La manifestazione resterà fedele alla linea costruita negli anni da Moretti e Pratesi, ma proverà ad ampliare il proprio raggio d'azione. Non soltanto una fiera di altissimo livello, con circa ottanta espositori accuratamente selezionati, ma anche un luogo di formazione, racconto e costruzione culturale. Uno dei temi più ricorrenti è infatti quello della didattica. Per Botticelli il problema non riguarda soltanto il mercato ma la trasmissione delle competenze. Una generazione cresciuta nell'immediatezza delle immagini ha spesso perso familiarità con gli strumenti necessari per leggere opere antiche, mobili storici o manufatti d'eccellenza. Il rischio è che venga meno il linguaggio stesso attraverso cui comprendere questi oggetti.
La Biennale intende quindi rivolgersi anche a un pubblico più giovane, utilizzando i social media come strumenti di accesso all'esperienza fisica e non come sostituti di essa. Una strategia che riflette una consapevolezza ormai diffusa: il digitale può generare interesse, ma il valore dell'opera continua a manifestarsi nell'incontro diretto. In questo senso la Biennale sembra intercettare una delle principali tendenze del mercato internazionale. Nel dominio storico della riproducibilità tecnica e dalla generazione artificiale delle immagini, il fascino dell'oggetto unico ne esce palesemente rafforzato. L'antiquariato possiede un vantaggio competitivo che difficilmente può essere replicato. Ogni opera porta con sé una storia irripetibile, una stratificazione temporale che nessuna tecnologia può simulare.
Non è casuale che negli ultimi anni una parte dei collezionisti provenienti dall'arte contemporanea abbia iniziato a guardare con crescente interesse verso il mobile storico e le arti decorative. Anche in asta si osserva una graduale rivalutazione di alcuni segmenti tradizionali, sostenuta dalla ricerca di qualità museale e da una maggiore attenzione verso il contesto culturale degli oggetti. La Biennale intende inoltre rafforzare il dialogo con mondi che fino a pochi anni fa apparivano separati. Design, moda, alto artigianato, enogastronomia e cultura materiale saranno chiamati a confrontarsi all'interno di un progetto più ampio dedicato al Made in Italy. Tra le novità allo studio vi sono spazi curatoriali dedicati, una maggiore attenzione all'alto artigianato contemporaneo e il ritorno di un riconoscimento ispirato allo storico Lorenzo d'Oro.
Particolarmente significativa appare anche la volontà di valorizzare il restauro. Non come attività ancillare ma come parte integrante della filiera culturale che consente la conservazione e la trasmissione del patrimonio. L'ipotesi di presentare interventi di particolare rilevanza, come il restauro di un importante disegno di Michelangelo, va letta in questa prospettiva. Sul fondo emerge una riflessione più ampia sul ruolo stesso dell'antiquariato nella società contemporanea. Botticelli ricorre all'immagine giapponese del kintsugi, la tecnica che ripara le ceramiche rotte utilizzando l'oro per evidenziare le fratture anziché nasconderle. L'arte, in questa visione, non risolve i conflitti del mondo né pretende di occupare una posizione centrale. Può però agire come elemento di connessione, come collante tra mondi diversi, culture differenti e temporalità lontane.
La sfida della Biennale 2026 sembra dunque andare oltre il mercato. Palazzo Corsini continuerà a essere il luogo dove si incontrano i più importanti antiquari internazionali, ma al contempo proverà a diventare uno spazio in cui interrogarsi sul significato del classico nel XXI secolo. La visione è limpida e consapevole. Nessuna nostalgia del passato, ma la riscoperta della durata. Non il ritorno all'antico come rifugio, ma come strumento per comprendere il presente. Perché, come suggerisce Botticelli, essere antichi può ancora rappresentare un valore. Ora più che mai.
Bruno Botticelli
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