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Ludovico Pratesi
Leggi i suoi articoliCapire il presente attraverso il passato. Questo sembra essere il filo rosso dell’ultima edizione di Unlimited, la sezione di Art Basel dedicata alle opere di grandi dimensioni, curata per la prima volta da Ruba Katrib, chief curator al Moma PS1 di New York. Katrib ha selezionato 59 progetti proposti da 66 gallerie, per dare vita a questo «museo temporaneo» unico al mondo. «In questo momento storico – dichiara la curatrice – Unlimited coglie la temperatura e riafferma la capacità dell’arte di muoversi attraverso profondità sotterranee e allo stesso tempo raggiungere le stelle». Ma è proprio così? Sembra piuttosto il contrario, quando più di un terzo delle opere esposte appartengono al passato, e propongono un’estetica rassicurante senza sorprese. Scarso coraggio e molta arte «politically correct»; pochi lavori muscolari e tanti progetti storici, che spesso alludono ad eventi drammatici o bellici; quasi del tutto assenti video e nuove tecnologie.
Un’attualità turbolenta ma osservata attraverso la lente del passato, visto che solo 10 artisti sono nati negli anni Ottanta e 3 negli anni Novanta. La sensazione generale è quella di un déjà vu, una vetrina di opere di qualità ma già viste, con una forte presenza di artisti provenienti dall’Oriente, con rare incursioni nel territorio complesso e contraddittorio di un presente incandescente e problematico. Del resto, aver posizionato all’ingresso del padiglione l’opera di Chris Burden «L.A.PD Uniforms» (1993), con una fila di sette uniformi da poliziotti per ricordare il pestaggio del tassista nero Rodney King da parte della polizia di Los Angeles è una indicazione precisa: guardiamo il presente con uno sguardo simile a quello di Robert Storr alla Biennale di Venezia del 2007, dove molte opere sembravano essere state scelte con un intento didascalico e museale, senza l’energia dell’attualità.
A mettere in discussione il senso del museo nel presente ci pensa Goska Macuga con «Exhibition M:A Re-enactment» (2023-2026), un’installazione performativa ispirata dalla realizzazione di un arazzo commissionatole dal MOMA nel 2019. Sempre ispirata al museo, visto però da un altro punto di vista, è «I Am Hymn of the New Temples» (2023-2026), l’installazione di Wael Shawky che esplora la mitologia greco-romana attraverso una lettura ironica, mentre «A libation in Uncertain Times» (2024) di Theaster Gates è una monumentale natura morta composta da mille bottiglie di sakè posizionate su scaffalature tradizionali giapponesi in legno.
Theaster Gates, White Cube. Courtesy of Art Basel
Una delle opere dal significato più forte è «The Power of Words» (1984/2021) realizzata da un Alfredo Jaar appena ventottenne, che mostra una macchina da scrivere dove i fogli di carta vengono sostituti con immagini di persone in crisi, a sottolineare la prevalenza che le immagini avrebbero avuto sulla scrittura nei decenni successivi. Originale e suggestivo il video di Helen Marten «Writing A Play (dark blue orchard)» (2023) tutto giocato su surreali assonanze tra parole e immagini, mentre è innegabile la potenza visiva di «Heat & Musicians» (2025) i due dipinti giganteschi di Luc Tuymans, che hanno sostituito per alcuni mesi due tele di Tintoretto all’interno della chiesa di San Giorgio a Venezia.
Intrigante «Mariposita» (2026), l’opera immersiva di Timur Si-Qin concepita come un paesaggio acquatico composto da uno schermo a Led e una scultura in acciaio, così come «anthology» (2026) di Junko Oki, un’installazione dove storia, memoria e ricamo dialogano in maniera perfetta. Sul versante della spettacolarità spicca «Panorama» (2016), la grande installazione di Eva Jospin che raffigura un bosco in cartoncino concepito come un diorama, mentre l’installazione video di Inci Eviner «Reenactment of Heaven» (2018) trasforma il Corno d’Oro in un palcoscenico dove si muovono personaggi ed oggetti secondo coreografie casuali.
Tra le opere storiche il primo posto spetta a «Dead End Tunnel Folded into Four Arms with Common Walls» (1980), un’installazione in gesso e legno di Bruce Nauman, mentre la «Struttura Modulare Bianca» (1970) di Agostino Bonalumi, creata per la 35esima Biennale di Venezia e composta da 29 moduli in fibra di vetro sospesi in aria, crea ancora oggi un segno forte e poetico.
A proposito di Italia, in questo Unlimited ci sono diversi artisti delle ultime generazioni che potremmo immaginare in questo contesto, da Giulia Cenci a Numero Cromatico, da Camilla Alberti a Binta Diaw. Sarebbe bello tornare di nuovo ad essere protagonisti come negli anni Settanta, se imparassimo a promuovere sulla scena globale i nostri migliori talenti, che non solo hanno molto da dire ma anche la forza di farsi ascoltare.
Bruce Nauman, Hauser & Wirth. Courtesy of Art Basel
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