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Pierre Huyghe, Liminals, 2025

© Pierre Huyghe, represented by ProLitteris (CH) / ADAGP (FR)

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Pierre Huyghe, Liminals, 2025

© Pierre Huyghe, represented by ProLitteris (CH) / ADAGP (FR)

Pierre Huyge a Basilea: «Le finzioni sono veicoli che ci danno accesso ad altri mondi possibili»

Fino al 13 settembre, l'artista francese trasforma la Fondazione Beyeler in un dispositivo sensoriale e immersivo, teso a trasformare gli spazi espositivi in luoghi altri

Ludovico Pratesi

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«Unheimliche» cioè «Perturbante». Il termine, enunciato da Sigmund Freud in un celebre saggio del 1919, definisce in maniera precisa l’atmosfera che coglie il visitatore nelle 8 sale della Fondazione Beyeler, che fino al 13 settembre 2026 ospitano la mostra dell’artista francese Pierre Huyghe (1962), uno dei più interessanti sulla scena internazionale del Ventunesimo Secolo. Huyghe ha occupato l’intero museo - se pur in maniera diversa - trasformandolo in un dispositivo sensoriale e immersivo, attraverso un percorso definito in ogni singolo dettaglio, teso a trasformare gli spazi espositivi in luoghi altri, dove il corpo viene sottoposto a stimoli razionali e irrazionali, in grado di suscitare domande e riflessioni sia sul presente che sul futuro. 

«Le finzioni - spiega l’artista - sono veicoli che ci danno accesso ad altri mondi possibili, ad un’immaginazione controfattuale. Tali finzioni, separate da ciò che è noto, libere da vincoli temporali e spaziali, sono aperte alla speculazione, a strade non ancora percorse. Rendono possibile fare esperienza di noi stessi dall’esterno». Come un demiurgo contemporaneo, Huyghe immagina uno spazio primordiale e arcaico, dove la stessa funzione del museo viene ribaltata: non un luogo di certezze, ma spazio ignoto, percorso da suoni, luci ed immagini che sembrano ubbidire alle leggi di una natura stravolta e minacciosa. 

Così le file di formiche che salgono e scendono da un foro in una parete all’ingresso del percorso sono forse l’ultimo segnale conosciuto, prima di immergersi in ambienti dove le moquette sul pavimento rivelano le tracce polverose degli spettatori precedenti. Ma non solo: le prime sale, illuminate da una luce fioca, custodiscono opere enigmatiche ma ancora domestiche, come «Estelarium» (2015), l’impronta del ventre di una donna incinta impressa sul pavimento, in dialogo con «Timekeeper» (2026), una sorta di diagramma che riunisce su una parete gli strati di pittura di mostre passate.

Installation view "Pierre Huyghe", Fondation Beyeler, Riehen/Basel, 2026 © Pierre Huyghe, represented by ProLitteris (CH) / ADAGP (FR) Photo: Ola Rindal

Installation view "Pierre Huyghe", Fondation Beyeler, Riehen/Basel, 2026 © Pierre Huyghe, represented by ProLitteris (CH) / ADAGP (FR) Photo: Ola Rindal

Ma è il video «Liminals» (2025) la vera soglia verso l’ignoto: «una mitologia contemporanea» che ci trasferisce in un pianeta roccioso e desertico, dove una figura femminile senza volto cerca di sopravvivere ad un ambiente ostile, nel quale anche le pietre assumono forme simili a reperti di civiltà arcaiche. Da questo punto in poi la mostra diventa realmente immersiva e la sensazione di straniamento aumenta davanti a «Cambrian Explosion 19» (2013), un grande acquario con una grossa pietra sospesa nell’acqua, popolato da invertebrati e altre forme di vita che risalgono a 500 milioni di anni fa. 

Un altro acquario contiene «Apnea» (2026), un organo respiratorio artificiale che si ripiega sott’acqua e respira secondo un ritmo umano: questa respirazione si propaga in altre sale espositive, sotto forma di un vapore che si diffonde nei pannelli trasparenti che separano le sale tra loro, nascondendole alla vista per qualche secondo. Nella sala 7 il mondo di Huyghe si manifesta nella sua forma più potente: al centro si erge «Adversary» (2026), una sorta di grande pannello in alluminio dalla superficie sbalzata, come una soglia verso qualcosa di indefinito. 

Installation view "Pierre Huyghe", Fondation Beyeler, Riehen/Basel, 2026 © Pierre Huyghe, represented by ProLitteris (CH) / ADAGP (FR) Photo: Ola Rindal

Installation view "Pierre Huyghe", Fondation Beyeler, Riehen/Basel, 2026 © Pierre Huyghe, represented by ProLitteris (CH) / ADAGP (FR) Photo: Ola Rindal

L’opera dialoga con «The Witch» (1941) un piccolo dipinto surrealista di Max Ernst, mentre a terra troviamo «L’adestinée» (2013-2025), una coppia di dadi in legno, ad indicare la presenza della casualità in questo mondo distopico. Se il video «Camata» (2024) presentato a Punta della Dogana nel 2024 , documenta il passare del tempo rivelando un rito tecnologico intorno ad uno scheletro umano rinvenuto nel deserto del Cile, l’opera «Alchimia» (2026) ha l’aspetto di una grossa larva biancastra, che si muove in maniera sinuosa sul pavimento, pochi metri prima dell’uscita. 

In realtà la mostra prosegue anche nelle altre sale del museo, attraverso alcune opere che alludono all’universo Huyghe: dalle forme robotiche di «Femme assise sur un fauteil» (1910) di Pablo Picasso al grande e minaccioso dipinto recente di Georg Baselitz «Wer Alles? Was alles?» (2016), dall’enorme ritratto allucinato «Untitled (After Sam)» (2006) di Rudolf Stingel alla scultura di Doris Salcedo «Disremembered XIII» (2023), una giacchetta composta da aghi e fili di seta trasparente fino all’installazione sonora di Susan Philips «Seven Tears» (2016), dove sette grammofoni suonano musica composta dal musicista britannico John Dowland nel 1640.Come un virus, Huyghe si è insinuato tra le pieghe della collezione, e ha portato alla luce opere in perfetta sintonia con la ricerca perturbante di questo Caravaggio del Ventunesimo Secolo.

Ludovico Pratesi, 22 giugno 2026 | © Riproduzione riservata

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