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Artissima traccia la rotta di un nuovo umanesimo

Nella nave spaziale ideata da Luigi Fassi, Artissima mette al centro la materia e il corpo come misura del mondo. Tra ceramiche, terre, tessuti e silicone, l’arte è una presenza viva che dialoga con il reale, assume il ritmo della natura e restituisce verità alle cose

Jenny Dogliani

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«The walking participants are also the art observers (I partecipanti che camminano sono anche gli osservatori dell’arte)». Così scrive Hamish Fulton nel wall painting «Two public walks Torino 2018, 2024» che campeggia gigante nella parete della galleria michelarizzo. Un manifesto silenzioso nello stile asciutto di un volantino: una forma di comunicazione diretta, mirata ed essenziale che, nei momenti di crisi e pericolo rinuncia all’enfasi per privilegiare l’urgenza del messaggio. Ogni parola diventa atto concreto, la misura di una presenza nel mondo, il passaparola di una comunità che cerca se stessa. È il messaggio che permea Artissima: un’esperienza condivisa, dove l’arte non si limita a essere osservata, ma attraversata, vissuta, abitata. Una nave spaziale in viaggio verso il futuro, come recita il titolo della 32ma edizione, con a bordo un archivio vivente che custodisce la memoria del presente. La qualità è in crescita, sempre al centro del progetto, accompagnata da un andamento del mercato più equilibrato: i prezzi, in lieve aumento, sono sostenuti da opere di sostanza, spesso in dialogo diretto con istituzioni e progetti di caratura museale, e dagli effetti attesi dell’abbassamento dell’IVA. Tra le firme del contemporaneo storicizzato — Boetti, Paladino, Merz, Zorio — i grandi artisti affermati come Gormley, Caravaggio e Ai Weiwei e i colleghi delle generazioni più recenti, si delinea la misura di una continuità possibile, dove la ricerca si rinnova senza rinnegare la memoria. Ceramiche, carte di cioccolato, juta, tessuti, argilla, foglie, terra, legno, silicone, bronzo: materiali naturali e poco elaborati, amalgamati in dipinti, sculture, installazioni ambientali, che accanto a pochi video e alcune fotografie, dominano la fiera, delineandone il paesaggio.  

In un mondo sempre più instabile, la materia non è più semplice supporto, ma corpo attivo dell’opera, un organismo vivente, capace di registrare tempo, memoria, trasformazione. In molti stand l’opera nasce dal contatto diretto con la fisicità del mondo: i materiali non rappresentano, agiscono. Da Galleria Continua, la scultrice ucraina Zhanna Kadyrova lavora con piastrelle, cemento e pigmento come se fossero tessuti organici. Le sue superfici, tagliate e ricomposte, mostrano fenditure e linee di forza simili a vene o nervature: una geologia fragile che diventa metafora del corpo sociale, attraversato da traumi, ma ancora capace di rigenerarsi. Più intimo il linguaggio di Chloé Royer (Loevenbruck, Parigi), che in Escarpin 85 (2024) costruisce un ambiente di tulle e sculture in legno e silicone. I materiali, carichi di sensualità tattile, sembrano respirare: il silicone si tende come pelle, il tulle filtra la luce come se la respirasse, la materia si fa zona di contatto, traduce in forma il desiderio. La stessa tensione si ritrova nelle opere di Gabriella Siciliano (Umberto Di Marino, Napoli), che assembla sottili fogli di alluminio colorato per costruire composizioni floreali, una pittura luminosa che trasformando un gesto intimo e domestico in un linguaggio universale. Michele Guido (Lia Rumma, Milano/Napoli) restituisce la materia al suo significato originario: terra, grafite, pigmenti naturali si organizzano come diagrammi di crescita, ricordando che anche il disegno è un corpo che respira. Le sue tavole e installazioni si offrono come mappe botaniche, dove la forma non è rigida ma pulsante, organica, sempre in divenire. La materia partecipa alla vita dell’opera, la modifica, la consuma, la rigenera: è viva, perché fatta di tempo, un tempo che si avvolge su se stesso, si stratifica, si piega, si ripete, si trasforma. 

L’astronave Terra con cui il direttore Luigi Fassi omaggia Burkminter Fuller viaggia verso un nuovo Umensimo illuminato, dove il corpo torna a essere misura, non rappresentazione. Nei dipinti di João Gabriel (Lehmann) le figure immerse nell’acqua sembrano dissolversi nella luce, in una connessione profonda tra spirito e materia. In Chloé Royer (Loevenbruck) il corpo è evocato attraverso il vuoto del suo calco, dalle cavità del silicone che ne conservano la memoria, che danno peso forma e consistenza al suo spazio interiore. Da questa fusione tra corpo e spirito emerge un nuovo rapporto con la natura, che non è più un tema ma un metodo: gli artisti non si limitano a rappresentare la natura — foglie, paesaggi, elementi organici — ma ne assumono i processi, le logiche, i ritmi, il principio creativo ed esistenziale. Tutto converge in una nuova idea di misura, che nasce dal rapporto diretto con la materia e con il mondo, la forma non è un esercizio estetico, ma la conseguenza di un gesto, della necessità di dare peso e presenza al reale.

Jenny Dogliani, 30 ottobre 2025 | © Riproduzione riservata

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