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Nicoletta Biglietti
Leggi i suoi articoliVediamo il dolore perché è necessario vederlo. Serve a capire, a non voltarsi, a riconoscere ciò che accade. Ma quando l’esposizione diventa continua, quando le immagini ci investono senza tregua, allora qualcosa cambia: lo sguardo rischia di abituarsi, di attenuarsi, di scivolare verso l’assuefazione. La consapevolezza resta, ma si mescola a una strana forma di inerzia. E intanto la realtà procede, altrove, e non davanti ai nostri occhi.
In questo quadro si inserisce «Bicharegan», la nuova mostra personale di Arvin Golrokh alla Primo Marella Gallery Milano, a cura di Demetrio Paparoni. Il progetto appartiene a una serie centrale nella sua ricerca, intitolata Bicharegan (بیچارگان). In persiano significa «i miserabili», ma il termine indica una condizione che supera la povertà: individui ai margini, soggetti che subiscono la storia senza poterla scrivere, sospesi tra violenze, ingiustizie e oblio.
Le figure dipinte da Golrokh non sono corpi colpiti: sono presenze vive che emergono dalla materia. Volti corrosi, corpi fratturati, silhouette che sembrano consumarsi e sostenersi al tempo stesso. La pittura trattiene il dolore, lo restituisce attraverso una fisicità pulsante, quasi carnale, in cui immagine e carne coincidono. Con «Bicharegan», l’artista indaga le forme dell’esclusione. Segue i segni della violenza strutturale, rivela ciò che la memoria dominante tenta di cancellare, e restituisce al tempo il peso di ciò che è stato. Corpi frammentati, volti consunti, figure sospese: non consolano, ma sostengono il peso della materia stessa. La pittura diventa un campo di tensione, dove luce e ombra giocano ruoli fondamentali. I toni plumbei si contrappongono a bianchi intensi, creando fenditure visive che suggeriscono profondità, respiro e sospensione.
Nella ricerca recente, Golrokh intreccia l’esperienza della propria terra con quella occidentale. Analizza controllo e rimozione, dalle immagini di propaganda ai luoghi della memoria, trasformati o cancellati. La personale esperienza a Teheran, diretta e familiare, gli offre strumenti di lettura profondi che alimentano la costruzione di immagini stratificate e articolate, spesso percorse da linee narrative che richiamano lunghe peregrinazioni, echi di horror vacui alla Bruegel, tensioni che sfiorano l’apocalittico, figure che sembrano sfondare lo spazio del quadro, proiettandosi oltre. Nelle opere si avverte un attraversamento del buio, un dialogo costante tra materia e spazio, tra ombra e luce. Ombra e colore non sono sfondi: diventano protagonisti. Spingono le figure verso una dimensione quasi oltre lo spazio, come se la tela contenesse energia, peso e respiro insieme. La materia diventa linguaggio, il gesto diventa presenza, e dietro ogni immagine si avverte il respiro e l’esperienza dell’artista che l’ha concepita.
Arvin Golrokh, nato a Teheran nel 1992, vive e lavora tra Teheran e Torino, città dove nel 2012 perfeziona la sua formazione presso l’Accademia di Belle Arti. La sua ricerca si nutre di questo vissuto, personale e familiare, e ha trovato spazio in numerose mostre personali e collettive in Europa. In «Bicharegan», le opere di Golrokh trattengono il peso del reale senza cercare consolazione. Le figure, sospese tra presenza e assenza, invitano a osservare, a misurare la materia e la forma, a comprendere la densità dell’immagine. È una pittura che parla con il corpo e con lo spazio, senza spettacolo né enfasi, lasciando allo spettatore la tensione di un incontro diretto con ciò che è rappresentato.
Installation view «Arvin Golrokh. Bicharegan», Primo Marella Gallery, Milano. Courtesy Primo Marella Gallery
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