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Redazione
Leggi i suoi articoliNon è solo una questione di padiglioni, ma di perimetri: quelli della diplomazia culturale e quelli, forse ancora più rigidi, dei finanziamenti comunitari. A poche ore dall’inaugurazione della 61ª Biennale d’Arte di Venezia, la Laguna si ritrova al centro di una tempesta geopolitica che vede contrapposti i vertici della Fondazione veneziana e la Commissione Europea, oltre che l'aperto scontro con il Ministro della Cultura Alessandro Giuli, che non parteciperà all'inaugurazione.
Al centro della contesa si staglia la partecipazione della Russia. Se da un lato il Padiglione di Mosca si prepara a riaprire dopo sette anni di silenzio con un’esplosione di musica ancestrale e visioni siberiane, dall'altro Bruxelles alza il tono della sfida, inviando una seconda lettera formale che mette seriamente a rischio un finanziamento di 2 milioni di euro all'ente veneziano, legato al programma Creative Europe Media per il triennio 2025-2028.
La posizione della Biennale è di cristallina fermezza istituzionale. In una nota ufficiale, l’ente presieduto da Pietrangelo Buttafuoco ribadisce di aver operato nel solco della legalità, affermando che «la Biennale ha verificato e rispettato tutte le norme nazionali e internazionali. Abbiamo agito nell’ambito delle nostre competenze, non avendo l’autorità per introdurre sanzioni autonome». Un tecnicismo che però si scontra con la visione della Commissione. Henna Virkkunen, vicepresidente della Commissione UE, ha sottolineato in una nota, con amara ironia, cge l’apertura della mostra coincide con la Giornata dell'Europa, un’occasione che secondo la commissaria dovrebbe essere un giorno nato per celebrare la pace, e non chi, come la Russia, la pace non la sta rispettando. Bruxelles ha inoltre confermato che non esiterà a revocare i fondi se verrà accertata una violazione dei valori etici europei previsti dagli accordi di sovvenzione.
In questo scenario frammentato, la Giuria internazionale ha già rassegnato le dimissioni, lasciando simbolicamente ai visitatori il compito di assegnare i Leoni, mentre il clima ai Giardini si fa elettrico. Non è solo il fronte russo a preoccupare la sicurezza. Le pre-aperture sono state già segnate da proteste pacifiche di artisti e attivisti che chiedono attenzione sul conflitto a Gaza, trasformando il percorso verso il Padiglione Centrale in una sfilata di magliette bianche e nomi di colleghi scomparsi.
Anche il governo italiano ha preso posizione attraverso il vicepremier Matteo Salvini, il quale ha confermato la sua presenza in laguna per venerdì, giorno dell'apertura al pubblico. Salvini ha ribadito la totale libertà d'azione della Biennale, dichiarando che «l'arte è arte» e auspicando che sport e cultura restino immuni dai boicottaggi. Il ministro ha sostenuto una linea di apertura totale, ribadendo che nessun padiglione deve essere escluso, una posizione che sfida apertamente il gesto simbolico di esclusione invocato da Bruxelles. E dallo stesso Giuli.
Ma la partita non finirà con il taglio del nastro. La Biennale ha infatti trenta giorni per rispondere alla seconda missiva della UE, ma la scadenza cruciale resta quella del 10 maggio, termine ultimo per controdedurre alla prima lettera sui valori etici. Mentre il pubblico si prepara ad ammirare la grande mostre, l'istituzione culturale si trova a dover rispondere alla domanda più difficile: può l'arte restare uno spazio neutro e di confronto quando il mondo che la circonda è in fiamme?
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